Caso Calabresi, la polemica Scalfari-Feltri-Sallusti e le troppe amnesie di destra e sinistra sugli “anni di piombo”

Il 45esimo anniversario della morte di Luigi Calabresi, ucciso da un commando del servizio d’ordine di Lotta Continua il 17 maggio 1972, poteva essere finalmente un’occasione per aprire una discussione pubblica libera da pregiudizi ideologici, risentimenti personali o istinti di vendetta sul rapporto intellettuali-lotta armata. E invece abbiamo assistito all’ennesima rissa da bar tra signore del giornalismo di destra e di sinistra, con scambio di colpi sotto la cintura e pugnalate tra le scapole. L’Italia è fatta così (ma guarirà, un giorno?): quando tocchiamo nervi sensibili del nostro passato si scatenano insane reazioni. Oscilliamo perennemente, come un’onda inerziale, tra rimozione e invettiva, tra uso della storia per “aggiustare” la politica e uso del potere politico-mediatico per “aggiustare” la storia.

Vittorio Feltri, su Libero, ha colto l’occasione per muovere l’ennesimo attacco a Eugenio Scalfari, promotore nel 1971, insieme ad altri ottocento intellettuali, del famoso manifesto in cui Calabresi veniva definito «torturatore» e accusato ingiustamente di aver buttato giù da una finestra della questura di Milano l’anarchico Giuseppe Pinelli. Quel manifesto, che “fiancheggiò” la campagna di Lotta Continua, precedette di un anno l’assassinio di Calabresi. Scalfari, su Repubblica, ha risposto a Feltri ricordando che essendosi scusato con la vedova di Calabresi, per lui il caso è chiuso; e ha definito «ciarpame» la stampa di destra che continua a girare il coltello nella piaga. Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, si è inalberato. E dopo aver ricordato a Scalfari che non si può considerare chiuso con delle scuse private un “incidente” pubblico, gli ha dato del «mascalzone». Non so se poi ci sono stati altri interventi o se ce ne saranno nei prossimi giorni. Intanto, visto che mi occupo dell’argomento da 40 anni, da quando cioè cominciai a fare il cronista nella redazione torinese dell’Unità, vorrei dire la mia, per i pochi lettori a cui interessa una mia opinione.

Che cosa non va nel modo in cui si parla pubblicamente di questo tema, oltre ai toni inaccettabili e offensivi delle polemiche?

Innanzitutto il fatto che ognuno peschi dal cesto solo quello che gli serve per sostenere la propria tesi. Non si può ricordare quell’appello per brandirlo contro la sinistra, dimenticandosi di dire che molti dei firmatari diventarono poi ideologi, parlamentari e militanti della destra senza aver mai spiegato, a parte rarissime eccezioni, le ragioni della loro transumanza.

A sinistra, però, non si può far finta di non sapere che tra quei firmatari, insieme a tante persone perbene (come Scalfari, Umberto Eco, Rossana Rossanda, Norberto Bobbio, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, per citare solo qualche nome), c’erano anche Toni Negri e diversi suoi amici. E che durante gli anni di piombo, quando potevano vedere con i loro stessi occhi la tragedia provocata da parole scagliate come proiettili, tanti di quegli intellettuali non solo non smobilitarono, ma continuarono la loro attitività “firmaiola” invitando l’opinione pubblica a non schierarsi con lo Stato quando le Br avevano in “custodia” Aldo Moro; o quando i magistrati, dopo l’assassinio dello statista democristiano, cominciarono a scavare nell’area della contiguità con il terrorismo, imboccando piste che portavano all’estero; o quando si chiedeva alle autorità francesi l’estradizione di terroristi italiani condannati dai nostri tribunali. Molti di quei “firmaioli” oggi fanno parte della classe dirigente del Paese, ma sono più che mai attivi nell’azione di contrasto politico-mediatico contro chi cerca di capire che storia abbiamo vissuto.

Tornando alla destra, ancora, non si può far finta di ignorare che golpisti dichiarati, amici molto intimi di quasi tutte le grandi firme della stampa anticomunista, quando si preparavano a combattere anche con mezzi illegali la politica di Moro e Berlinguer, si erano scelti come aiutanti, pensate un po’, “esaminatori” di aspiranti brigatisti rossi. Non apriamo poi il capitolo dell’eversione neofascista, delle sue collusioni e contiguità. Faremmo notte.

Come vedete, è una storia piuttosto complicata, quella che abbiamo vissuto. Ma andrebbe raccontata, elaborata e digerita, non usata come un manganello.

(Giorgio Pietrostefani)

Sempre a proposito dell’omicidio Calabresi, infine, una piccola notazione a margine. La giustizia italiana ha individuato e condannato i responsabili. A uno di loro, a mio avviso, sono state attribuite anche colpe che non aveva. Ma è solo un’opinione che deve inchinarsi di fronte alle sentenze definitive. C’è un fatto, però, per il quale stranamente le sentenze non vengono invocate. Sto parlando di Giorgio Pietrostefani. Tra gli assassini di Calabresi, è l’unico che l’abbia fatta franca. Benchè condannato, vive tranquillamente a Parigi, dove fa l’immobiliarista. E nessuno, anche in Italia, trova la cosa disdicevole. Nessuno che osi chiederne l’estradizione. Né a destra, né a sinistra (e se qualcuno osasse, sono convinto che entrerebbero subito in azione i “firmaioli”). Mi piacerebbe tanto capire perché. Chissà, magari ci sarà anche una (vecchia) buona ragione.

Fasaleaks

P.S.

Qui il testo integrale dell’appello e l’elenco completo dei firmatari

 

 

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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