Falcone e Borsellino, una gran bella pagina di storia della Rai. Ma adesso? Attenti alle “verità di Stato”

Con la lunga maratona dedicata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la Rai ieri ha scritto una gran bella pagina di storia del servizio pubblico. Quando non scimmiotta le reti private e si allontana dal bla bla bla e dal pollaio dei talk show, la televisione del canone riesce ad esprimere tutto il valore del suo potenziale di idee e professionalità. Sono rimasto incollato allo schermo per l’intera giornata, dal mattino a notte fonda, senza che la curiosità e l’intensa tensione emotiva venissero mai meno, neppure per un istante. Non succedeva da tempo. Da troppo tempo. E credo di non sbagliare se dico che la stessa cosa è accaduta a milioni di altri telespettatori.

La Rai ha compiuto un’operazione di grande utilità pubblica. Ha ricostruito una memoria che rischiava di andare perduta. Ed ha lanciato due messaggi davvero forti. Il primo: la mafia non è solo un problema della Sicilia o del Meridione, ma dell’intero Paese. Il secondo: è potente, ma vulnerabile; e la si può debellare anche attraverso un’offensiva delle idee che, a partire dalle scuole, diffonda una cultura della legalità tra i ragazzi destinati a diventare la futura classe dirigente.

Davvero una grande operazione, quella di ieri. Ma ancora insufficiente. A venticinque anni dai fatti, a Capaci e in via D’Amelio (dove saltarono in aria Falcone e Borsellino) aleggiavano domande ancora senza risposte: poiché è certo che la mafia non fece tutto da sola, chi l’aiutò e perché? Fabio Fazio, il conduttore della diretta serale, ha rivendicato il pregio dell’iniziativa della Rai. Ma, opportunamente, ne ha segnalato anche il limite: e poi, una volta spenti i riflettori, la Tv che cosa può fare?

Già: e poi? Che cosa ci si può aspettare dalla “nostra” televisione, cioè di tutti noi cittadini? Una cosa molto semplice: che nel campo della storia italiana più oscura  stimoli in ogni modo la libera ricerca della verità e il libero confronto tra punti di vista. Sottraendosi al pericolo, ahimé sempre incombente, della diffusione di una “verità di Stato” o di un pensiero unico. Che senso avrebbe, infatti, risvegliare le coscienze per poi subito riaddormentarle?

Fasaleaks

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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