Caso Moro (2): cosa non si può dire di quei faldoni?

Alcuni di voi probabilmente conoscono già la storia, ne abbiamo parlato in due post del 16 maggio (parte 1 e parte 2). La riassumo, comunque. Molti faldoni, di cui erano stati annunciati desecretazione e relativo trasferimento nell’Archivio Centrale dello Stato, sono invece scomparsi. Sì, non si trovano più! Lo ha scoperto un consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta, inviato dal presidente Giuseppe Fioroni all’ACS per prelevarli. Il fattoquotidiano.it ne ha scritto, ma nessuno ha ripreso la notizia. Non ne sono sorpreso: da anni denuncio all’opinione pubblica il rapporto patologico che stampa e ceto intellettuale hanno con il caso Moro. Ma adesso non è di questo che voglio parlare. Mi interessano, invece, il contenuto di quei dossier e le ragioni che ne hanno sconsigliato la divulgazione. Si tratta di documenti -voglio ricordarlo anche alla “libera stampa”- che aggiungerebbero tasselli di fondamentale importanza, perchè aiuterebbero a inquadrare meglio il delitto politico più grave (insieme all’assassinio di Enrico Mattei) del Secondo dopoguerra, illuminandone contesti finora rimasti nell’ombra.

Quasi certamente sono gli stessi faldoni –almeno cento!!!- la cui esistenza fu rivelata da Panorama nel 2008. Tra il 1996 e il 1998, furono inviati dal ministro dell’Interno dell’epoca, Giorgio Napolitano, al presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, il quale gli aveva chiesto un inventario del materiale ancora secretato custodito negli archivi dei Servizi italiani. Il valore di quei documenti era certificato dalla stessa lettera di accompagnamento firmata da Napolitano, e pubblicata da Panorama (quella volta senza essere smentito; sarebbe stato un po’ difficile, d’altra parte!)

Il ministro elencava i faldoni aggiungendovi, per ognuno, una breve sinossi del contenuto. Ma con l’avvertenza che si trattava di materiale «non portato a conoscenza dell’autorità giudiziaria», di «atti di elevata classifica», perciò da «considerarsi di vietata divulgazione», e quindi «soggetti ai vincoli di cui all’art. 262 c.p.». L’articolo che punisce con almeno tre anni di carcere la rivelazione di notizie coperte dal segreto di Stato. Così, la Commissione Stragi non potè mai utilizzare quel materiale. Come a suo tempo non aveva potuto farlo neppure la magistratura, della cui esistenza neppure sapeva.

Se prima i magistrati e poi la Commissione Pellegrino avessero potuto utilizzarli, la storia giudiziaria del caso Moro avrebbe avuto un altro corso e probabilmente, almeno da questo punto di vista, oggi il caso sarebbe definitivamente chiuso. Definitivamente chiuso, non insabbiato. Ma, nonostante siano passati quasi 40 anni dalla morte di Moro, nonostante una riforma dei Servizi che nel 2007 abbia delimitato la durata del segreto di Stato (15 anni prorogabili per altri 15), nonostante il pomposo annuncio del premier Matteo Renzi, siamo esattamente allo stesso punto: intorno a quell’assassinio –e alla storia delle Brigate Rosse- resta una vasta area di indicibilità.

Che cosa non si può dire? Ipotizzo tre risposte, a mio avviso le più importanti, incrociando la lettera di Napolitano con le informazioni nel frattempo raccolte da altri archivi e testimonianze.

  1. Scriveva Napolitano che tra i dossier c’erano innanzitutto «27 faldoni relativi al caso Moro, che coprono il periodo dal 2 febbraio 1978 a oggi». Quindi, ci fu un’intensa attività dei nostri Servizi almeno a partire dal 2 febbraio 1978, cioè un mese e mezzo prima del sequestro, avvenuto il 16 marzo. È molto probabile, dunque, che l’operazione delle Br fu intercettata ma lo Stato non fu in grado di impedirla. Qualcuno lasciò fare.

  2. Scriveva Napolitano che c’erano anche «60 faldoni che, pur non riferendosi direttamente al “caso Moro”, possono tuttavia contenere atti di interesse (si tratta di: 22 faldoni riferiti a “Brigate rosse”, 9 ad attentati, risoluzioni e sequestri di carteggio nei “covi” delle stesse, 22 ad “Autonomia operaia”, 7 a “Unione comunisti combattenti” e “Partito comunista combattente”)». Quale potrebbe essere l’”interesse”? La prova del legame, sempre negato, tra le Br, settori di Autonomia e altre formazioni minori del terrorismo di sinistra. I rapporti, insomma, tra i “militari” delle Br e i “cervelli” politici e intellettuali mimetizzati nella cosiddetta zona grigia, quella che Pellegrino definisce “area della contiguità”.

  3. Scriveva Napolitano che c’erano infine documenti provenienti da sedi diplomatiche italiane all’estero con informazioni su telefonate, contatti, rifornimento di armi, rapporti delle Br con servizi stranieri e persino informazioni sul luogo in cui poteva trovarsi la prigione in cui era detenuto Moro; e informative dei nostri Servizi sulle reazioni nelle varie capitali straniere alle mosse compiute dai brigatisti durante i 55 giorni del sequestro. Questi faldoni potrebbero contenere quindi le prove di rapporti, anche questi sempre negati, tra Br e servizi segreti di potenze straniere.

La lettera di Napolitano conteneva molti altri elementi di grande interesse. Ma a mio avviso, fra le tante cose indicibili, questi sono i tre punti che, se svelati, creerebbero i problemi maggiori. Perchè sorgerebbero domande davvero molto imbarazzanti:

1- Chi e perché lasciò fare, in Italia?

2- Da chi erano composti il “cervello” politico delle Br e l’area intellettuale contigua? E perché vengono tuttora protetti?

3- Quali potenze straniere hanno aiutato le Br a sequestrare ed uccidere Moro? E perché?

Posso anche capire l’esigenza dello Stato di proteggere fonti all’interno del “partito armato” o agenti infiltrati i cui nomi e le cui storie sono con ogni probabilità tra le carte scomparse. Sarebbe da incoscienti non farlo, se si trattasse di personaggi che hanno dato un contributo effettivo alla lotta contro il terrorismo. Fatta salva questa necessità, resta tuttavia il problema di fondo costituito da queste tre domande: qualcuno deve pur darle, le risposte!

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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