«Mio padre era in una pozza di sangue… E il commissario Albanese, che stava per prendere Battisti, venne fermato col piombo». La storia di Adriano Sabbadin, il figlio di una delle vittime di Cesare Battisti -3

La storia di Adriano Sabbadin, figlio di Lino, ucciso da Cesare Battisti il 16 febbraio 1979, è tratta da “I silenzi degli Innocenti”, il libro che per la prima volta ha dato la parola aille vittime del terrorismo e ai loro familiari. Scritto da Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, è stato pubblicato dalla Bur-Rcs nel 2006.

 (Continua dalla seconda puntata)

 

(Adriano Sabbadin)

Lasciai cadere il telefono e andai di corsa in magazzino, mi sedetti a terra per riprendere fiato e cercare di pensare a cosa fare. Poi scappai di sopra, da mia zia. Lei, dalla terrazza, aveva visto arrivare degli uomini armati e poi aveva sentito i colpi, ma non aveva potuto far nulla perché uno, dalla strada, la teneva sotto tiro con un mitra.

Sono momenti infiniti, dilatati dall’angoscia, senti il cuore che ti batte in gola fino a scoppiare.

Quando finalmente vedemmo quegli uomini allontanarsi di corsa in macchina, io e mia zia, con la paura negli occhi, scendemmo subito. Uno dei vicini tentò di bloccarmi: «Non andare, papà è morto!». Ma io non sentivo nulla, con il cuore che mi batteva sempre più forte, correvo verso il negozio, volevo vedere i miei, sapere che stavano bene. Vidi per prima mia madre, il suo grembiule era tutto insanguinato, spiccava sul bianco il rosso vivo del sangue di mio padre. E lui, mio padre, era in una pozza di sangue. Lo toccai, era bianco, cianotico.

Sentii la voce di mia madre dire piano: «Ha la pistola, il portafoglio e dei soldi in tasca. Prendili». Li presi.

(Lino Sabbadin)

Cominciò ad arrivare gente. La figlia dei due clienti che erano all’interno al momento dell’agguato continuava a urlare, spaventata. Abbassai le saracinesche e chiusi il negozio. Poco dopo arrivò l’ambulanza, ma per mio padre non c’era più niente da fare. Lo portarono via subito.

I carabinieri ci fecero andare in caserma per interrogarci, me e mia madre. Ma io non capivo nemmeno quello che mi stavano dicendo. Li guardavo senza

riuscire a rispondergli, confuso di dolore e disperazione. La moglie del maresciallo, che mi conosceva, fu molto gentile e premurosa. Mi accompagnò di sopra, in casa sua, per darmi dell’acqua, e per cercare di calmarmi. Poi i carabinieri mi portarono in una concessionaria per farmi riconoscere la macchina usata dagli attentatori, ma non riuscii a identificarla.

La mia testa, in quei momenti, era occupata da un solo pensiero: «E adesso, che cosa faccio?».

(Il commissario Alfredo Albanese, ucciso dalla Brigate Rosse a Mestre il 12 maggio 1980)

L’omicidio fu rivendicato il giorno dopo dai Pac, Proletari armati per il comunismo. Ma che c’entravamo noi col comunismo, con la lotta armata, con la rivoluzione? I carabinieri ci spiegarono che si trattava di una banda che faceva rapine per autofinanziarsi. Nel nostro caso, però, avevavno voluto punire mio padre che, due mesi prima, durante il tentativo di rapina in macelleria, aveva ucciso quel ragazzo. Secondo i Pac, ci spiegarono i carabinieri, mio padre non avrebbe dovuto reagire a un’azione di «esproprio proletario». I due giovani che due mesi prima erano entrati nel negozio e avevano sparato contro mia sorella, non erano direttamente collegati con i terroristi. Si trattava di delinquenti comuni. Ma i Pac –nella loro inconcepibile follia- ritennero comunque di doverli vendicare ammazzando mio padre. Che assurdità!

Quasi un anno e mezzo dopo, il pomeriggio dell’11 maggio 1980, il vicequestore Alberto Albanese, dirigente della Digos, venne a casa a farci vedere delle foto. Sentiva di essere vicino alla cattura degli assassini di mio padre. Ma il giorno seguente, mentre ero in macchina, sentii per radio che l’avevano ammazzato a Mestre. L’omicidio, avvenuto alla vigilia di un vertice internazionale a Venezia, a cui avrebbero partecipato diversi capi di Stato, fu rivendicato dalle Brigate Rosse. Nel loro comunicato definirono Albanese «uno dei responsabili dell’organizzazione di migliaia di mercenari che avranno il compito di salvaguardare la vita ai principali oppressori del mondo che si riuniranno a giugno nella laguna occupata». Francamente dubito che lo avessero ammazzato per quel motivo. Quando era venuto a trovarci, Albanese aveva individuato gli assassini di mio padre.

(Continua…)

La storia di Adriano Sabbadin, figlio di Lino, ucciso da Cesare Battisti-1

La storia di Adriano Sabbadin, figlio di Lino, ucciso da Cesare Battisti-2

 

 

 

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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