I risultati della Commissione Moro e il silenzio della stampa italiana

Cari lettori,

rieccomi. Dopo una lunga assenza, di cui mi scuso, torno ad aggiornare Fasaleaks. C’è da commentare una notizia molto importante. Lo scorso 13 dicembre, il Parlamento ha approvato all’unanimità la relazione finale della Commissione d’inchiesta sul caso Moro presieduta dall’on. Giuseppe Fioroni. E’ un fatto storico, che avrebbe meritato un’adeguata attenzione da parte della stampa italiana. Che invece, salvo alcune lodevoli eccezioni, continua a tacere.

Chi scrive è un giornalista che ha criticato la Commissione. In qualche caso anche con durezza. Alcune critiche sono tuttora valide. Due in particolare.

La prima riguarda il metodo investigativo: si è deciso di ripercorrere un itinerario di tipo giudiziario nonostante fossero in corso indagini da parte della procura romana. Si è creato così un doppione con il rischio di reciproche, dannose interferenze. Bisogna dare atto al presidente Fioroni di aver gestito questo aspetto lavorando in piena sintonia con la magistratura, senza sovrapporsi alle sue indagini, ma anzi fornendo materiale utile. E tuttavia, continuare ad affrontare il caso Moro esclusivamente all’interno di un orizzonte giudiziario non aiuta a comprenderne la complessità e la stessa chiave di lettura: si può stabilire chi ha commesso quale reato, ma non perché Moro venne assassinato.

La seconda critica, strettamente legata alla prima, riguarda una sorta di autocensura preventiva da parte della Commissione: ma perché ha escluso dal campo delle sue indagini le acquisizioni documentali anche da fonti archivistiche straniere? Se avesse inviato i suoi consulenti negli Usa, in Francia e in Gran Bretagna, per esempio, avrebbe raccolto una tale quantità di elementi –elementi disponibili, perché provenienti da fonti aperte- che avrebbero consentito di inquadrare il delitto Moro nel suo corretto contesto storico-politico e geopolitico. E quindi di dare finalmente una risposta documentata a domande fondamentali: perché Moro? e perché l’Italia?

 

(Nella foto, l’on.Giuseppe Fioroni, presdiente della Commissione parlamentare Moro; Aldo Moro; il br Valerio Morucci)

Capisco le implicazioni che avrebbe comportato la scelta di ampliare l’orizzonte investigativo oltre i confini nazionali. Immagino che la Commissione abbia dovuto subire sin dall’inizio qualche pressione da parte del governo, della diplomazia e dei nostri apparati di sicurezza: non possiamo entrare in conflitto con mezzo mondo. Del resto, è un problema con cui hanno dovuto fare i conti investigatori e uomini di Stato anche in passato. Ora, questo settore della ricerca, è più che mai un campo aperto per giornalisti e storici. Sempre che se ne vogliano occupare. Per quanto mi riguarda, approfitto per annunciare ai lettori che nel prossimo febbraio uscirà da Chiarelettere un mio libro sul caso Moro, con una ricostruzione a 360 gradi, sulla base di archivi italiani e stranieri, testimonianze, memorialistica e fonti storiografiche: un libro di risposte, non di domande o ipotesi.

Detto questo, poichè non sono un giornalista che si innamora delle proprie tesi, non ho alcuna difficoltà ad ammettere che l’ultima Commissione Moro, nonostante tutto, ha fatto un lavoro eccellente.  Benché parziali, i risultati raggiunti– lo dico col senno di poi e con qualche autocritica-, legittimano la decisione presa a suo tempo di istituire una nuova commissione. Spazzano via con ignominia una pubblicistica anticomplottista per partito preso, per sentito dire o, peggio ancora, per cattiva coscienza. E costituiscono una solida base per chi intende continuare ad approfondire con serietà.

Nelle prossime settimane non mancheranno certo le occasioni per affrontare i vari aspetti delle tre relazioni prodotte e la sterminata documentazione acquisita. Ma intanto voglio almeno elencare alcuni punti assodati dalla Commissione con un ragionevole margine di certezza e scritti, nero su bianco, in una relazione approvata all’unanimità dal Parlamento italiano. Eccoli:

1-Era un sequestro annunciato e intercettato. Ma non fu impedito.

2-Emerge con estrema chiarezza un contesto mediterraneo e mediorientale nel quale leggere la vicenda Moro.

3-I brigatisti rossi non agirono da soli: avevano un supporto logistico in tutti gli snodi fondamentali della loro operazione: in Via Fani, luogo dell’agguato; in via Massimi, luogo in cui quasi certamente Moro venne trasferito da un’auto all’altra e dove, con ogni probabilità, era stata preparata anche la “prigione del popolo”; in via Caetani, il luogo in cui venne assassinato e abbandonato nel portabagli della Renault rossa.

4-Quel supporto logistico fu assicurato in modo “attivo” da aree di contiguità mai emerse prima; e  in modo “passivo”, cioè attraverso una benevola “sorveglianza”, da altre “presenze esterne”: Autonomia Operaia, malavita organizzata, elementi di estrema destra, società e faccendieri legati a servizi segreti internazionali.

5-Uno dei br del commando, Alessio Casimirri, fu arrestato ma poi inspiegabilmente rimesso in libertà. Ora è Nicaragua.

6-Il legame tra il “partito politico” dell’Autonomia e il “braccio armato” delle Brigate Rosse era molto stretto. E fu svolta un’intensa azione di sabotaggio per impedire alla magistratura che fosse provato.

7- Durante i 55 giorni del sequestro, ci furono trattative (almeno tre) con le Br che passarono attraverso canali mediorientali e dell’area della contiguità. Ma non raggiunsero l’esito sperato (la liberazione dell’ostaggio) perché l’assassinio di Moro era stato deciso sin dall’inizio.

8-Dopo l’eliminazione di Moro, ci fu una sistematica operazione per definire una verità di comodo, per delimitare cioè i confini della “verità dicibile” all’opinione pubblica. Quell’operazione coinvolse brigatisti rossi, alcuni pezzi della magistratura, esponenti politici, uomini degli apparati di sicurezza. E sfociò nel cosiddetto memoriale “Morucci”: il “Vangelo” del caso Moro a cui si è sempre ispirata la spazzatura anticomplottista per partito preso, per sentito dire o, peggio, per cattiva coscienza.

Ecco. Vorrei aggiungere, per ora, solo un breve commento. E’ un quadro molto parziale, eppure fa venire la pelle d’oca. Non autorizza a trarre conclusioni semplicistiche, va inserito e letto in un contesto politico e geopolitico più ampio. E, se vogliamo, anche alla luce della ragion di Stato. Sono il primo a dirlo. Ma questo non giustifica in alcun modo la distrazione della stampa italiana: l’opinione pubblica non è stanca di sentir parlare di Moro, è stanca del sistematico furto di verità.

Fasaleaks

 

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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