VITE PARALLELE. Alberto Franceschini: “L’Appartamento e i miei primi incontri con Curcio e Mara Cagol”

Alberto Franceschini

Cofondatore, con Renato Curcio, delle Brigate Rosse, dalle quali si è dissociato all'inizio degli anni Ottanta. Ha scontato interamente la sua pena. Non ha mai commesso reati di sangue.

Continua dalla sesta puntata…

Mantenemmo ancora la tessera del PCI, ma decidemmo – per rimarcare la nostra volontà di separazione – di affittare una sede per le nostre riunioni. Trovammo un appartamento molto grande, nel centro di Reggio, in via Emilia, la via principale. Occupavamo l’intero ultimo piano di un vecchio palazzo, un palazzo storico ma fatiscente (ora, ristrutturato, è un residence di lusso). Data la situazione, i dirigenti della Federazione si offrirono di pagare loro l’affitto, ma noi rifiutammo. Vista l’esperienza fatta con il gruppo di cattolici del dissenso, “Alternative”, mi era chiaro che se avessimo accettato i loro soldi, avrebbero potuto esercitare un controllo decisivo su di noi. Per cui, per mantenerci, alcuni compagni ed io decidemmo all’inizio di andare a fare i camerieri il sabato e la domenica.

Poiché ci ritenevano poco controllabili e comunque pericolosi, i dirigenti del PCI cercavano di delegittimarci. In vari modi. Noi chiamavamo il nostro gruppo “Collettivo politico operai studenti”. Quelli del PCI, invece, “l’Appartamento”, perchè volevano far intendere che quel posto fosse una specie di postribolo, un luogo di malaffare dove se ne combinavano di tutti i colori. Il padre di una compagna che stava con noi, una ragazza di quindici-sedici anni, arrivò addirittura a denunciare me e un altro compagno con l’accusa di plagio nei confronti della figlia. Il PCI da un lato ci spiava – sospettavamo che alcuni compagni che frequentavano il collettivo riferissero al Partito tutto ciò che facevamo – ma dall’altro non rinunciava a tentare di recuperarci. Un atteggiamento apparentemente contraddittorio, in realtà del tutto comprensibile. Ad esempio per Cintoni, il responsabile della Commissione federale di controllo, di fronte al quale pendeva ancora il nostro “processo”, ero come un figlio. Potevo fare qualunque follia, ma di me si fidava. Infatti, Cintoni era il nome di battaglia di Fausto Pattacini, l’ex comandante della Brigata Garibaldi in cui aveva militato mio nonno. Tra noi e il PCI esistevano legami interpersonali fortissimi. Legami di sangue: in fondo eravamo carne della stessa carne, nervi degli stessi nervi.

Un giorno Cintoni mi chiamò e mi fece questa proposta: “Vattene per un annetto fuori dall’Italia, così avrai modo di riflettere con calma. Va’ a studiare in URSS, all’Università Lomonosov”. Era una scuola di partito, dove si studiava il marxismo-leninismo. Io rifiutai: ero sicuro che, se ci fossi andato, sarei rimasto tagliato fuori dal movimento che stava crescendo in Italia. Ero certo che mi avrebbero irreggimentato. La conseguenza immediata del mio rifiuto fu la radiazione dal Partito. La Commissione federale di controllo aveva proposto la mia espulsione, ma la mia sezione rifiutò una misura così drastica: la radiazione prevedeva la possibilità di un rientro, l’espulsione no.

Intanto, intorno al nostro collettivo, cominciava a svilupparsi una rete di rapporti. La sede diventò subito un punto di riferimento non solo per molti compagni della Fgci ma anche di giovani di altra estrazione, giovani del Psiup e anarchici della Fai. Si sparse la voce anche a livello nazionale e molti cominciarono a cercarci. Ci cercarono per primi quelli del Manifesto, che erano già con un piede fuori dal PCI e volevano capire le nostre posizioni da fuoriusciti. Vennero a trovarci anche quelli del Cub della Pirelli, un comitato formato da operai che guidavano le lotte di fabbrica contro l’organizzazione del lavoro. Era l’autunno 1969, periodo ricco di fermenti perché cominciavano a formarsi i vari gruppi della sinistra extraparlamentare. Noi eravamo interessati alle esperienze che si stavano sviluppando anche nelle altre città, perché sapevamo che avremmo avuto un futuro solo aprendoci, uscendo da Reggio. E andavamo spesso a Milano, dove stava iniziando la grande stagione delle lotte operaie.

A quel periodo risale il mio incontro con Curcio. Lo avevo già conosciuto a Trento un anno prima, nel 1968, durante l’occupazione dell’Università. Me lo aveva presentato un compagno del Psiup di Reggio, suo amico e collega di facoltà. Ad essere sincero, allora non mi fece una grande impressione. Stava all’ingresso della facoltà, vendeva “Lavoro politico”, una rivista dei marxisti-leninisti, e aveva un enorme patacca con la faccia di Mao attaccata all’eskimo. Era serioso, rigido. La seconda volta lo incontrai appunto nell’autunno del 1969, a Milano, dove si era trasferito per lavorare con i compagni del Cub Pirelli. Lì mi fece un’impressione molto diversa. Viveva in un miniappartamento disordinatissimo, con libri ovunque. Lui se ne stava seduto dietro un tavolinetto e, in quel contesto era più simpatico. Aveva una parlantina! Ti investiva con un turbinio di parole. Volle sapere della nostra esperienza, gli dicemmo che stavamo uscendo dal PCI e lo invitammo a Reggio, a parlarci delle lotte alla Pirelli. Di fianco a lui, sua moglie, Mara Cagol, molto diversa da Renato. Silenziosa, osservava ogni cosa, non perdeva di vista nemmeno un dettaglio, registrava ogni parola. Precisa, meticolosa. Dieci giorni dopo, vennero ad incontrarci al collettivo di Reggio, accompagnati da Raffaello De Mori, un operaio della Pirelli, uno dei leader del Cub.

E da lì, per me, inizia un’altra storia.

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

Twitter