VITE PARALLELE. Francesco Gironda: Come costruimmo un movimento di opinione a favore d’Israele, alla vigilia della guerra dei “Sei giorni”

Francesco Gironda

Caporete dell'Organizzazione SB nel territorio della Provincia di Milano, successivamente specializzata come Unita di Guerra Psicologica.

Continua dalla quinta puntata…

Nell’aprile del 1967,  alla vigilia della guerra dei “sei giorni”, diversi commentatori ipotizzarono che se ci fosse stato un conflitto, in caso di vittoria degli eserciti dei Paesi arabi, sarebbe stata messa a rischio la sopravvivenza stessa di Israele. Molti frequentatori del Circolo della Critica si pronunciarono per il pubblico sostegno allo Stato ebraico. Nel maggio seguente, prendemmo contatto con il Consolato israeliano e con la Comunità ebraica milanese e costituimmo il “Comitato di Solidarietà per Israele”. Con quella scelta volevamo anche contrapporci al Pci e al Psiup, che appoggiavano le tesi del mondo arabo. Gli altri partiti milanesi, (tranne il Msi), l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia  e la  Federazione Italiana Volontari della libertà aderirono alla nostra iniziativa. La sede  venne stabilita presso il nostro Circolo. Tra i promotori del Comitato, con me,  anche  Enzo Tiberti, che mi aveva arruolato nella Gladio tre anni prima.

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In pochi giorni,  la sede del Comitato si riempì di volontari che  si impegnarono in un lavoro di comunicazione. Prepararono il materiale informativo e ne curarono la distribuzione, con risultati assolutamente insperati. Per settimane, decine di migliaia di automobili portarono incollato al lunotto posteriore un autoadesivo con la scritta “Io aiuto Israele”. Lanciammo anche una raccolta di fondi che ci consentì di coprire  le spese di una manifestazione pubblica,  che convocammo  al Teatro Lirico l’8 giugno. Vi partecipò un’ amplissima rappresentanza di quella che, molti anni dopo, si sarebbe chiamata la “società civile”. Il teatro era pieno in ogni ordine di posti, dalla platea  alla grande balconata. Erano pieni anche gli ingressi e i corridoi. C’erano migliaia di persone anche all’esterno. Ascoltarono gli interventi attraverso due altoparlanti fortunosamente installati sulla facciata del teatro. A  Milano da anni non si vedeva una manifestazione di quelle proporzioni. Dopo le comunicazioni degli organizzatori, raccolti  sul palco del teatro insieme al generale Cadorna, scelto a presiedere la manifestazione nella sua qualità di ex comandante militare della Resistenza, iniziarono gli interventi dei rappresentanti dei partiti e delle associazioni. Quel movimento spontaneo di sostegno ad Israele da parte dell’opinione pubblica italiana trovò nel  Comitato  un punto di riferimento  riconoscibile, accreditato anche dalla presenza del console e degli esponenti della Comunità Ebraica. Quella opinione pubblica  si trovò così in brevissimo tempo ad essere organizzata  e trasformata in  un movimento  coeso, in grado di influenzare  i comportamenti  anche di coloro che non erano ancora stati coinvolti  nella mobilitazione in favore di Israele. Mi  furono utili  in quella occasione le esperienze di  organizzazione e comunicazione politica apprese nel Partito Liberale e nei movimenti universitari. Ma soprattutto, cosa  non  prevista, mi furono utilissimi  i primi studi sulla controinformazione appresi alla scuola  della Gladio a  Capo Marrargiu, in Sardegna.

imagesDurante la manifestazione, l’attore Arnoldo Foà che sin dai primi giorni si era unito a noi,’ tolse improvvisamente  il microfono  ad un oratore che si preparava a parlare ed annunciò in diretta la notizia che la campagna  del Sinai,  (durata dal 5 all’8 Giugno1967), era terminata  proprio in quel momento, con l’accettazione da parte israeliana  della richiesta  del “cessate il fuoco” avanzata dagli egiziani. L’emozione che percorse il teatro fu enorme. I molti amici della Comunità Ebraica si alzarono in piedi cantando l’inno nazionale di Israele.

Israele  aveva già occupato Gerusalemme, Hebron e la Cisgiordania. Poi, il 10 giugno, nella battaglia contro la Siria, vennero occupate anche le alture del Golan. Nei giorni successivi mio fratello  Gian Paolo, anche lui membro del direttivo del Comitato, parti per Israele  per verificare direttamente cosa stesse  avvenendo  dopo l’armistizio e per mandare informazioni di prima mano al Comitato. Finita la guerra, nei primi mesi del 1968, nel “Comitato di Solidarietà per Israele” si aprì un confronto sulle posizioni da prendere nel delicato periodo successivo alla fine delle ostilità. Io sostenevo che avremmo dovuto mantenere  una autonomia  di scelta delle fonti da utilizzare per raccontare  quanto accadeva in Medio Oriente, quindi non solo  le informazioni che ci provenivano da parte israeliana. Sentivo forte la  necessità di  esprimere anche  solo in sede  riservata, vista la delicatezza del momento,  le eventuali nostre differenze di valutazione sulle scelte del governo israeliano nel rapporto con i palestinesi e gli stati arabi, senza che questo influisse minimamente sulla nostra volontà di  sostenere il diritto di Israele ad esistere come stato libero e sicuro. Si cominciavano ad intravedere alcune tendenze,  nella politica  del governo israeliano, in particolare nella gestione dei territori occupati, che avrebbero potuto  progressivamente  ridurre le correnti di simpatia a favore dello Stato ebraico. E contemporaneamente, in molti stati arabi,  non sembrava emergere una reale volontà di trovare una strada per uscire dalla provvisorietà degli armistizi. Ne parlai a lungo con mio  fratello Gian Paolo, reduce dal suo lungo viaggio in Israele. Era rientrato in Italia, ottimista sulla possibilità  che  si sarebbe potuta ottenere una pace stabile in tempi non lunghissimi,  che rendesse possibile una convivenza accettabile tra israeliani e palestinesi, e tra Israele e i paesi vicini, tale da evitare  il ripetersi  dei confronti armati. Di queste sue riflessioni, è rimasta traccia in un suo reportage fotografico dal titolo: “Israele  ieri, oggi, domani”, con la prefazione del presidente del Circolo della Critica Filippo Jacini e un testo introduttivo di Shimon Perez, pubblicato nel dicembre del 1967.

Tuttavia, da diverse altre fonti  provenivano notizie spesso in contrasto con quelle  ricevuta dalle fonti ufficiali israeliane,  ed io  ero  sempre meno ottimista. Dopo la  vittoria militare,  mese dopo mese, sembrava allontanarsi sempre di più la prospettiva di una soluzione duratura. Nel frattempo, ci scontravamo in infuocati dibattiti con il Pci che aveva mobilitato una parte del suo apparato propagandistico, riversando tutte le colpe della crisi mediorientale sulla sola Israele. Guido Vallabrega era l’esperto per il PCI con cui ci misurammo in un confronto durissimo in più di una occasione. Era un profondo conoscitore della materia. Di origini ebraiche, aveva vissuto in Israele. Ma poi, trovandosi in dissenso con la politica di quel governo, era tornato in Italia e all’inizio degli anni Cinquanta aveva preso la tessera del Pci. Scrittore e politico, fu un  professore universitario, studioso dei problemi mediorientali. Esiste una fondazione oggi intestata a suo nome.

images-1Nel mese di Agosto del 1968,  per verificare se i miei dubbi fossero fondati, raggiunsi anch’io Israele con Enzo Tiberti  (era allora il capo rete della Gladio a Milano) e un piccolo gruppo di amici del Comitato, tra cui Manrico Punzo, giornalista dell’Avanti e portavoce del Comitato durante la “guerra dei sei giorni”, e “Giotti” Da Fano, testimone della persecuzione antiebraica in Italia e giovane partigiano nel 1943. Fummo ricevuti con grandissima  e commovente amicizia. Ci fecero girare in lungo e in largo il paese, venimmo facilitati negli incontri con le personalità politiche e  amministrative e con la stampa. E tutti ci espressero i loro punti di vista sulla soluzione del rapporto futuro con i palestinesi. Fu un viaggio affascinante, intensissimo, per tutti noi. Ma la complessità di Israele, la sua contraddittorietà, la sua conflittualità, le sue speranze, le sue proiezioni caleidoscopiche di antichissime memorie, le religioni che vi convivevano, come  radici scoperte e dolenti, per reciproche ostilità  spesso sfociate in sanguinose  persecuzioni, fecero su di noi effetti diversi. Io cercavo di immaginarmi alternativamente  gli obbiettivi  a breve e lungo termine degli israeliani e le prospettive  contrapposte delle speranze degli arabi. Ed ero sempre meno ottimista dei miei amici sulle prospettive future. Tiberti era meno critico di me rispetto a quelli che a me sembravano aspetti inspiegabili della politica dei governi israeliani di fronte all’evidente crescita dei fenomeni  di  ostilità tra le due comunità. I miei compagni di viaggio erano giunti a conclusioni  positive su quanto visto, anche se dispiaciuti che, per motivi di sicurezza, non fossimo riusciti a visitare  più approfonditamente la realtà palestinese. D’altra parte, il nostro viaggio aveva come scopo principale di approfondire la conoscenza della Israele ebraica,  per poterla meglio descrivere al nostro ritorno. Ma senza l’Israele palestinese, l’avremmo veramente  potuta conoscere davvero? Era questa la domanda che mi ponevo.

Incontrammo,  il direttore del giornale in lingua araba Al Quds, riaperto con il permesso del governo israeliano dopo la conquista di Gerusalemme. Ci accompagnò il funzionario messo a nostra disposizione  dal Ministero degli Esteri. Poi io volli tornarci da solo, qualche giorno dopo. Riuscii a ritrovare la sede del giornale. Senza preavviso entrai  e cercai il direttore. Parlava francese e capiva il mio francese scolastico. Speravo di avere da lui qualche risposta  meno formale di quelle forniteci nel primo incontro. Quel colloquio con il direttore di Al Quds fu per me fondamentale. A una domanda specifica, l’ultima che gli feci, su come vedesse lui  l’evolversi dei rapporti arabo-israeliani nel tempo, mi rispose: «Provi a ripercorrere con la memoria questo suo viaggio in Israele: ha mai visto un giovane palestinese ed un giovane israeliano, entrambi cittadini di questo stato, sorridersi e parlarsi, come fanno tutti i giovani del mondo quando si incontrano? Fino a quando  questo non accadrà, non riusciremo mai  a sperare in  una pace duratura». Ci salutammo, io pieno di pensieri, lui mi sembrò profondamente malinconico. Non saprei trovare un altro aggettivo.

Ho fatto ricerche su internet, prima di scrivere queste considerazioni per Fasaleaks:  si chiamava  Mahmoud Abu ZLV, il direttore di Al Quds. Aveva avuto dagli israeliani l’autorizzazione a riaprire il suo giornale nel 1968. Prima, l’aveva pubblicato, con alterne vicende, sotto l’amministrazione giordana. Ci sono molti siti in lingua araba che lo citano come un importante intellettuale.  Al Jazeera ne ha fatto un necrologio nel 1992. Mi sarebbe piaciuto parlare di più con lui.

images-3In un incontro di saluto al Ministero degli Esteri  Israeliano, prima del nostro rientro in Italia, a una precisa domanda sulle mie impressioni su quanto avevo  visto e soprattutto capito negli incontri avuti, risposi con molta franchezza.  Ritenevo –e lo dissi- che,  in assenza di profonde modifiche nei rapporti tra i due popoli, qualsiasi cosa fosse successa nel loro passato, il futuro faceva facilmente prevedere che vinta una guerra,  Israele ne avrebbe combattuta un’altra, e poi un’altra ancora… Nemici sempre più numerosi, appoggiati da paesi ancor più numerosi, certo sempre sconfitti ma con il rischio di essere appoggiata da una coalizione divenuta nel frattempo ancora più ampia di prima, alla fine sarebbe stata più difficilmente battibile, anche con l’aiuto diretto di alleati su cui Israele avrebbe  potuto contare.  Aggiunsi che l’occasione di una  pace accettabile, proprio per la dimensione della vittoria appena ottenuta, era  ancora a portata di mano, ma  probabilmente solo per poco tempo e che dovesse essere colta subito. Altrimenti non ci sarebbe stato un futuro  felice per nessuno.

Il viaggio di ritorno in Italia fu meno allegro di quello di andata. Rientrati in sede, raccontai le mie valutazioni agli altri amici del “Comitato di Solidarietà con Israele”.  Ne seguì un confronto molto teso. Un amico ebreo mi disse con evidente dispiacere che, con amici come me, lui non sapeva come comportarsi: era il governo di Israele che dettava la linea di comunicazione più conveniente per se stesso, e il Comitato doveva semplicemente elaborarla e rilanciarla, mi spiegò. Così avremmo veramente aiutato Israele, aggiunse. Lasciai  l’Associazione  promettendo a me stesso, e agli amici da cui mi allontanavo, che non avrei raccontato pubblicamente  i motivi che rendevano per me necessario, a quel punto, dimettermi da segretario del “Comitato di Solidarietà per Israele”. Non volevo che  questa  differenza di valutazioni, se resa pubblica, venisse utilizzata da chi avrebbe voluto che lo Stato Israeliano non fosse mai esistito. In cuor mio speravo di avere torto e  che il tempo dimostrasse del tutto sbagliate le mie previsioni. Al posto del “Comitato di Solidarietà per Israele”, nacque poi “l’Associazione Democratica Amici di Israele”  di cui  seguii, per qualche tempo l’attività, ma da  semplice simpatizzante esterno.

imagesParlo ora,  di quella differenza di opinioni  solo perché di recente ho ascoltato le testimonianze dei capi dei servizi di sicurezza  israeliani, compresi  quelli già in servizio nel 1968, intervistati nello straordinario e premiato documentario “I Guardiani di Israele” del 2012, trasmesso in Italia recentemente dal canale tv LaF. Mi ha colpito sentirli esprimere il loro rimpianto per l’errore compiuto dalla politica dei governi israeliani dopo la guerra dei “Sei giorni”: “La pace fu allora vicina e possibile”, hanno riconosciuto. Il loro giudizio è certamente più articolato, ma nella sostanza coincide con quello che io espressi, nell’incontro al ministero degli Esteri israeliano, a Tel Aviv; e confermai in Italia al mio ritorno. Quel documentario lo si trova facilmente  nei negozi di Dvd. Il titolo originale è The Gatekeepers. Alla produzione hanno partecipato Israele, Francia, Germania, Belgio. I protagonisti sono i più importanti uomini dei Servizi Segreti Israeliani: Ami Ayalon, Avi Dichter, Yuval Diskin, Carmi Gillon, Yaakov Peri. Lo consiglio veramente come una eccellente informazione alternativa  su un argomento di grande complessità.

Quel viaggio in Israele fu senza alcun dubbio una delle esperienze che ebbe su di me effetti profondissimi, e spesso con la memoria ci ritorno. Una parte di me è senz’altro restata li. A volte penso che se si trovasse una soluzione a quel conflitto l’intera  storia del mondo cambierebbe. Al ritorno da Israele, andai a  lavorare a Torino per qualche tempo. Il 20 agosto del 1968, l’invasione dei paesi del patto di Varsavia (con l’esclusione della Romania) pose fine alla Primavera di Praga. Il 16 gennaio 1969, Jan Palach si uccideva dandosi fuoco in Piazza San Venceslao  per protestare contro i carri armarti che avevano soffocato la libertà nel suo paese. A Torino, nacque la mia seconda figlia. Nacque proprio il giorno della bomba di Piazza Fontana a Milano. Quel giorno cominciò un’altra storia d’Italia. Di questi e di  altri argomenti, scriverò la prossima volta, come premessa  al racconto di come attraversai gli anni 70 e di come le strade di Alberto Franceschini e mia cominciarono ad incrociarsi. A nostra insaputa.

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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