VITE PARALLELE. Francesco Gironda: «La lezione di Giorgio Ambrosoli»

Francesco Gironda

Caporete dell'Organizzazione SB nel territorio della Provincia di Milano, successivamente specializzata come Unita di Guerra Psicologica.

Continua dalla terza puntata…

Vorrei tornare sugli anni Sessanta. Perché penso che  forse valga la pena di precisare  quelli che ritengo gli episodi  che hanno  caratterizzato  le mie scelte personali e  politiche in quella fase della storia italiana caratterizzata del “boom” economico.

Con la fondazione del Circolo della Critica e malgrado l’abbandono dell’impegno nel PLI,  restai comunque legato dell’idea che l’area liberale, -intesa come  un ampio aggregato di organizzazioni, movimenti e partiti, ahimè troppo  spesso inutilmente in contrasto tra di loro (anche a causa di evidenti interventi esterni per mantenerne aperta la conflittualità)- rappresentasse  l’unica reale prospettiva per attivare un progetto capace di rinnovare profondamente il Paese.

L’Italia mi sembrava infatti sempre più inadeguata, di fronte alla necessità di un salto di qualità nell’organizzazione burocratica ed amministrativa, ed ancor più inadeguata nella selezione del ceto politico emerso dopo  la stagione dei “Padri Costituenti”.

Come ho ricordato nella puntata precedente, il Circolo della Critica, nel mio progetto,  doveva essere un luogo di formazione politica per far emergere una nuova classe dirigente  liberale, capace di superare i limiti del modello del partito elitario della borghesia illuminata. Condizione indispensabile per affrontare i problemi di un Paese con gravissimi problemi sociali, politici ed istituzionali. La scommessa era di non cadere nella trappola della compromissione con le esigenze  del carrierismo personale le obbedienze e le mediazioni che condizionavano i partiti laici di quell’epoca. Non ci illudevamo di essere in grado, per età ed esperienza, di completare  da soli  un’impresa così controcorrente, ma speravamo di riuscire a coinvolgere, con l’esempio, almeno i più avveduti  tra gli esponenti politici delle generazioni precedenti.

Nel progetto del Circolo,  l’obbiettivo era quello di convincere innanzitutto i figli delle famiglie della borghesia imprenditoriale milanese -in molti infatti avevano aderito al Pli- che un progetto politico davvero vincente non poteva essere la risposta agli interesse di una classe sola, contrapposta frontalmente alle esigenze di altre aggregazioni sociali. Suggerivamo invece  che, proprio chi si preparava in quegli anni  ad affacciarsi al mondo del lavoro in posizioni imprenditoriali e dirigenziali,  utilizzasse il Circolo non solo per ascoltare qualche conferenza, ma per impegnarsi in un percorso di autoformazione per concorrere a ricomporre  idealmente  le necessità  di ogni categoria sociale in un progetto politico, per cui valesse davvero la pena di spendersi personalmente. Per qualche anno, il confronto sugli argomenti di natura politica (interna e  internazionale) ed economica, con testimonianze sindacali, imprenditoriali, politiche e istituzionali,  modificarono le informazioni e le conoscenze di moltissimi dei partecipanti all’attività del Circolo. Mi ricordo di un  corso di studio affollatissimo sulla Resistenza  con l’obiettivo di avvicinare  a questo tema giovani convinti che  quella storia  appartenesse solo al PCI,  che ne gestiva l’esclusività  della rappresentanza. Ci sforzavamo invece di far comprendere a quei giovani che  quella prepotente esclusione dalla lotta di Liberazione delle forze non comuniste o anticomuniste, se accettata, avrebbe costituito  una gravissima ferita  alla loro  stessa identità.

Molti anni più tardi, ripensando al Circolo della Critica, molti capirono che erano cambiati proprio grazie a quell’esperienza. Cambiati per le conoscenze acquisite e per le motivazioni che ne rafforzarono l’impegno personale. E nessuno di coloro che vissero quell’esperienza, qualsiasi sia stato il successivo itinerario di ognuno di loro, malgrado tutte le nostre inadeguatezze di allora, nessuno credo si sia dimenticato dell’insegnamento del nostro amico Giorgio Ambrosoli. Il quale  avrebbe dimostrato come per quei principi -di cui   qualche volta si discuteva tra di noi con una certa timidezza-  qualcuno, per rimanere fedele a se stesso, sarebbe stato costretto a mettere sul piatto anche la propria vita.

Nella prossima puntata, parlerò del mio reclutamento nella Gladio.

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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