Vite Parallele. Francesco Gironda: Quel 1956, il vuoto lasciato dalla morte di mio padre e il ricordo delle mie storie familiari, mentre i carri armati sovietici entravano a Budapest

Francesco Gironda

Caporete dell'Organizzazione SB nel territorio della Provincia di Milano, successivamente specializzata come Unita di Guerra Psicologica.

Continua dalla prima puntata..

Mio padre morì pochi mesi dopo che avevo compiuto i diciotto anni. Era  il 3 novembre del 1956. Il giorno dopo, il 4 novembre, le truppe sovietiche entrarono a Budapest, dopo aver annientato la resistenza degli insorti. Nei miei ricordi, gli impegni dolorosi di quei giorni si sommavano all’inquietudine per le tragiche notizie che provenivano dall’Ungheria. Mentre dividevamo le nostre ore tra la camera ardente, nella clinica in cui era morto mio padre,  e l’accoglienza, nella piccola casa dietro piazza della Scala, di zii e cugini  che arrivavano da Roma, Napoli, Ferrara e Barcellona (i luoghi dove vivevano gli sparsi parenti di mia madre), mi sentivo come sospeso, in una attesa in cui si mescolavano l’inquietudine per un “dopo” sconosciuto e l’ansia per responsabilità inattese.

A mia madre, nella notte successiva a quella morte  inaspettata, una ciocca di capelli divenne bianca in poche ore. Un medico della clinica ci disse che, in qualche rarissimo caso, un grande dolore o un improvviso spavento potevano provocare quel fenomeno. Si chiamava Maria Rosaria Nicoletti Altimari, mia madre. Ed era figlia di un ufficiale che nel 1911 aveva partecipato alla conquista della Libia, durante la guerra contro l’Impero OttomanoE aveva combattuto, poi, anche nella Prima guerra mondiale, con il grado di colonnello. Morì poco dopo la fine delle ostilità per l’aggravarsi di una infermità contratta al fronte. Non aveva ancora compiuto i cinquant’anni. Questo mio nonno aveva un fratello maggiore, “Zio Gustavo”, per mia madre. Generale del Genio, era stato insignito con il massimo riconoscimento militare italiano, l’Ordine Militare di Savoia (ora si chiama Ordine Militare d’Italia). Si era conquistato una notorietà per avere abbassato di parecchi metri, minandole, molte delle cime delle Alpi, su cui gli artiglieri austriaci avevano installato le batterie di cannoni che battevano con i loro tiri le valli italiane sottostanti.

Il fratello più grande di mia madre, era un maggiore pilota dell’Aeronautica Militare. Si chiamava Ademaro Nicoletti Altimari ed era stato uno dei trasvolatori  nella II Crociera Atlantica. Era morto nei primi mesi della Seconda  Guerra Mondiale. Per il suo comportamento era stato decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria. Mia madre, in attesa del funerale, rimase per ore seduta su un divano, tra i due suoi fratelli superstiti venuti da lontano a confortarla. Chiusa in un dolore silenzioso e rigato di lacrime, con mio fratello tredicenne che, serio e composto, la guardava come per attendere indicazioni.

Uno degli zii era stato direttore delle Linee Aeree Italiane per la Spagna ed il Portogallo. Durante l’ultima guerra  aveva accompagnato più volte  al confine di Gibilterra gli incursori della Marina italiana che andavano ad attaccare la flotta Inglese, ancorata nella baia di Algesiras. Si chiamava Ubaldo Nicoletti Altimari ed era molto parco di informazioni su quella parte della sua vita. Di lui, in famiglia, si sussurrava che dopo la guerra avesse avuto una storia con Ava Gardner in Spagna, e che sua moglie ne fosse  stata gelosissima. Anche se io, quando ci venivano a trovare dalla Spagna, la zia la ricordavo invece sorridente ed affettuosa con lui. L’altro fratello minore di mia madre, Vittorio,  era stato capitano paracadutista, e dopo l’8 settembre del 1943, con uno dei primi reparti dell’esercito del Sud, formato da paracadutisti motociclisti,  aveva risalito la penisola, scontrandosi più volte con i tedeschi, fino alla Liberazione di Bologna.

Mentre li guardavo, seduti sul divano, i miei pensieri vagavano tra i ricordi  delle famiglie dei miei genitori, così coinvolte nella storia e nelle guerre  del nostro paese, e le notizie che la radio, tenuta accesa a basso volume, raccontavano di nuove guerre vicine. A Nord, in Ungheria, i sovietici stavano soffocando una rivoluzione fatta in nome della libertà. A Sud invece, gli inglesi e i francesi, in accordo con gli Israeliani, erano impegnati con le armi contro l’Egitto di Nasser per riprendersi il controllo del Canale di Suez. Mentre guardavo quel salotto di casa, fino ad allora legato a memorie felici ed ora riempito da persone dolenti, dove l’assenza di mio padre mi veniva costantemente ricordata da un sordo dolore allo stomaco, avevo la sensazione che le voci dal mondo esterno ed i miei pensieri continuassero ad intersecarsi.

Il giorno prima, il 4 novembre, alle 5 e 15 della mattina, dopo che era scattato l’attacco dei carri sovietici contro Budapest, la radio ungherese aveva trasmesso più volte durante la giornata un messaggio (https://youtu.be/7ave7vjAz94rilanciato dalle radio di tutto il mondo. Quella musica soffocata, che si ode in sottofondo, non l’avrei mai più scordata. Un mio compagno ed amico del liceo, venendomi a trovare nella tarda mattina, mi portò  il testo che già circolava in italiano: 

Qui parla il Primo Ministro Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale con l’evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico di Ungheria. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Il governo è al suo posto. Comunico questo fatto al popolo del nostro Paese ed al mondo intero.

Cercavo di immaginare come sarebbe stato il mondo, dopo che la pace era stata così drammaticamente violata in aree geografiche a un passo da casa nostra. E cosa sarebbe successo in  Italia, in una società divisa tra sostenitori del modello democratico occidentale e sostenitori dei regimi comunisti dell’Est, mentre i due fronti si confrontavano aspramente in Parlamento e nelle piazze. Il giorno dopo, il 5 di novembre, sul fronte mediorientale, i paracadutisti  inglesi vinsero la resistenza degli egiziani. Tuttavia, malgrado la vittoria militare,  non furono raggiunti i risultati sperati dalla coalizione franco-britannica, appoggiata dagli israeliani, di fronte alle durissime pressioni congiunte americane e sovietiche. Un mondo rigidamente bipolare, con le sue peculiari regole che tanto ci avrebbero condizionato, trovava in quei giorni la sua affermazione definitiva.

Mio padre venne sepolto il 6 di novembre. E alla fine di quella settimana, l’ 11 novembre del 1956, la resistenza ungherese veniva definitivamente sopraffatta. Si chiudevano le frontiere con l’Austria e la cortina di ferro veniva un’altra volta rinserrata. Settimane dopo mi incontrai con alcuni amici che avevano tentato di passare il confine, per giorni rimasto aperto tra l’Austria e l’Ungheria, per unirsi agli insorti a Budapest. Ma l‘avevano trovato già  invalicabile. Ne avevano parlato al loro rientro in territorio austriaco con Indro Montanelli e altri giornalisti italiani. E poi raccontarono a me ed altri quello che avevano visto e sentito. Qualche tempo dopo, ne “I sogni muoiono all’alba”, Montanelli avrebbe fatto gridare al personaggio del  giornalista comunista che aveva assistito all’inizio della repressione, la terribile frase: “Uccidono i nostri figli”. Ma ci vollero più di tre decenni, prima che tale concetto potesse diventare  una verità comune, raccontabile anche in Ungheria.

Pensavo allora, anche alla luce delle ripetute repressioni del dissenso nei paesi dell’Est, che uno scontro militare tra i paesi occidentali e i paesi a regime comunista, innescato magari da qualche insurrezione non soffocabile, fosse assolutamente possibile in un futuro non lontano. Il dubbio che in quel caso potesse non funzionare l’equilibrio del terrore, raggiunto negli armamenti da entrambe le coalizioni militari dell’Ovest e dell’Est, mi sembrava ragionevole. Sarebbe potuto accadere, con molta probabilità, anche durante l’arco della mia  vita. Intanto, quella crisi internazionale trovò una soluzione. A carissimo prezzo… per gli ungheresi. I problemi del Medio Oriente, vennero invece rinviati a tempi futuri.

Passarono gli ultimi due mesi di quel 1956. Ma per noi non si colmò il vuoto provocato dall’assenza di mio padre, vissuta da mia madre con dolore e senso di  perdita assoluti, da mio fratello e me con un rimpianto che nel tempo sarebbe diventato dolcemente malinconico. Mi ero già iscritto all’Università Bocconi, ripresi a frequentarla, anche se per un breve periodo. Poi cominciai a lavorare. Per mia fortuna, già  si anticipavano i primi segni di quello che sarebbe stato il tumultuoso sviluppo economico italiano. E così ebbi la possibilità di concorrere al sostegno delle disponibilità familiari, limitate per una pensione di reversibilità non alta, percepita da mia madre dopo la scomparsa di papàRisolto in maniera accettabile questo impegno familiare, decisi di partecipare direttamente al confronto politico in corso in Italia, scegliendo di iscrivermi, tra i partiti filo-occidentali, a quello idealmente e programmaticamente a me più vicino. L’appoggio dato dal Pci alla repressione sovietica in Ungheria, pur con qualche distinguo e dissenso che portarono fino alla fuoriuscita di alcuni esponenti, riconfermava la mia idea che quel partito costituisse un pericolo, che fosse la proiezione nel nostro paese degli interessi politici e militari del comunismo sovietico. ll Partito Socialista mi appariva come una versione edulcorata  dei programmi del PCI, e di fatto succube anch’egli della linea filosovietica. Ritenevo che non fosse una divisione solo politica, magari basata sulle differenze sui programmi economici e sociali, ma moderata da una adesione a principi costituzionali elaborati in comune, quella che allora separava gli italiani. La presenza delle due alleanze militari contrapposte Patto Atlantico e Patto di Varsavia creava una frontiera che, nel caso italiano, non passava soltanto sui confini del nostro paese, ma anche all’interno della nostra nazione e delle nostre stesse coscienze. Il Movimento Sociale, erede della memoria del fascismo, non rappresentava un’opzione  da poter prendere in considerazione. La Democrazia Cristiana, cardine dell’alleanza con l’Occidente, ed i partiti laici, che con lei reggevano il paese, mi sembravano  le uniche opzioni possibili. Alla fine, ebbero il sopravvento le memorie  liberali di famiglia, e mi iscrissi nei primi mesi del 1957 alla Gioventù Liberale (GLI).  E da quella posizione politica mi preparai al confronto (forse al conflitto?) con la Gioventù Comunista (FGCI). All’inizio avevo l’incarico di seguire i gruppi universitari e gli studenti medi liberali. Dopo la fine di quell’anno, divenni il segretario milanese della GLI. In quella veste, mi capitò di incontrare Achille Occhetto… Ma questa è un’altra storia, e la racconterò una prossima volta.

P.S. Spero  di raccontare, nelle prossime puntate, come in seguito la realtà nazionale mi apparve progressivamente  molto più complessa e contraddittoria di come la percepivo negli anni cinquanta. E come, in un tempo più recente,  sotterranei condizionamenti della politica italiana mi sembrarono emergere in  trasparenza, fino a comporre una rete di rapporti in gran parte ancora sconosciuti, allora. Oggi quella realtà che non sempre si era percepita potrebbe spiegare alcune delle sconfitte, altrimenti inspiegabili, dei tentativi di far progredire la nostra società. Sempre se saremo capaci di non selezionarne la rivelazione a fini di sola convenienza di parte, rischiando di continuare a tramandare contrapposte false riproposizioni di una finta storia d’Italia. Vulgata utile solo a mantenere inalterati i capisaldi su cui si regge il “Grande Inganno” Italiano.  

Continua nella terza puntata.. 

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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