VITE PARALLELE. Gironda: «Il ricordo di Jan Palach, quel giovane eroe che si diede fuoco per la libertà del suo paese»

Francesco Gironda

Caporete dell'Organizzazione SB nel territorio della Provincia di Milano, successivamente specializzata come Unita di Guerra Psicologica.

Continua dalla sesta puntata…

Il 20 e il 21 agosto del 1968 le truppe del patto di Varsavia occuparono Praga e impedirono, con brutale determinazione, che continuasse l’esperimento di Dubcek di democratizzazione del regime comunista. Per protestare contro la repressione della “Primavera” praghese, il 16 gennaio 1969 uno studente di filosofia, Jan Palach,  primo di altri  sette che lo seguirono in quella terribile testimonianza,  si recò in Piazza San Venceslao,  raggiunse i gradini davanti al Museo Nazionale a si diede fuoco, consegnando alla prima persona sopraggiunta per  aiutarlo,  una lettera con  le motivazioni del suo gesto. Morì tre giorni dopo. La notizia si diffuse immediatamente. E molte manifestazioni  spontanee di sostegno si tennero in tutto il mondo  e anche in Italia.

Io mi ero trasferito da poco  a Torino, quando mio fratello Giampaolo mi pregò di raggiungerlo subito a Milano, in Galleria, per aiutarlo. Aveva organizzato una veglia permanente, ventiquattro ore su ventiquattro, per commemorare il sacrificio di quel giovane. Quando arrivai, la sera dopo cena, mi trovai di fronte a un piccolo palco eretto al centro dell’ottagono della Galleria, dove dei giovani si alternavano al microfono e una folla  di persone di tutte le età continuava ad arrivare. Tutti si fermavano in raccoglimento, chi  portando fiori  che posava intorno a una gigantografia  di Jan Palach appoggiata per terra, chi restando muto di fronte al palco. Tutti firmavano  la loro solidarietà in un libro posato su  un tavolino,  a lato dalla foto. Tutte le autorità cittadine vennero a firmare. Molte  decine di libri con le firme furono poi inviati alla famiglia di Jan  Palach, in Cecoslovvacchia.

Mio fratello ed io ci alternavamo per qualche giorno, dividendoci in turni di notte, insieme a numerosissimi volontari che presidiavano quell’ improvvisato monumento alla memoria di un eroe che dovrebbe rientrare in un elenco condiviso di eroi europei per la Libertà. Ci fu un solo episodio di contestazione, da parte di un gruppo di giovani che, mimetizzatosi tra la folla, erano riusciti ad arrivare in prima fila, proprio vicino alla fotografia di Jan Palach. Avevano un atteggiamento irridente. Uno di loro guardò le persone sul palco, mi  fissò…  poi sputò sul ritratto. In due o tre saltammo giù  dal palco. La mossa li spiazzò e cercarono di arretrare, ma dietro di loro un muro di gente li bloccò. Ci fu un breve scontro e uno di quegli incauti ragazzotti dovette raggiungere poi il pronto soccorso. Fu l’unica volta che violai la regola del  confronto pacifico  con chi non la pensasse come me. Ancora adesso serbo il ricordo della rabbia cieca che  mi invase senza che riuscissi a contenerla e, nel contempo,  del profondo imbarazzo che provai quando ripresi il controllo di me stesso.  La polizia, che era lì, intervenne immediatamente per impedire che accadessero cose più gravi.

 

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L’onda lunga del 68’ cominciava a gonfiarsi, montando verso gli anni 70’. Chi fossero quei provocatori, a quale gruppuscolo appartenessero, oggi non lo ricordo. Ma il viso di quel ragazzo che colpii con tutte le mie forze, mentre gridavo la mia indignazione per il suo gesto, la sua aria sbalordita mentre incespicando tentava di allontanarsi,  non li ho mai dimenticati. Spero comunque che  la  vita gli sia andata bene.

Rientrai  a Torino. Lavoravo in un’azienda di confezioni, mi occupavo della pubblicità e delle pubbliche relazioni. Mi piaceva, quel lavoro. In quei giorni, i miei pensieri erano occupati dai rapporti con un’ azienda sovietica nel settore della moda e dei non semplici scambi di comunicazioni e incontri, con l’ambasciata sovietica a Roma, che sovraintendeva alle trattative. Non semplici a causa delle formalità diplomatiche che un poco condizionavano i comportamenti interpersonali.  Per la prima volta mi capitava di incontrare un piccolo campionario della nomenclatura sovietica: un ambasciatore, un ministro dell’industria leggera, qualche segretario di ambasciata. Forse  anche qualche funzionario del Kgb. L’azienda per cui lavoravo era stata scelta come un possibile partner per collaborare alla realizzazione di un impianto di confezioni in Unione Sovietica. Era stata segnalata ai sovietici da una società di consulenza italiana vicina al Pci. Si chiamava Est Europa, la società che ci aveva contattati. C’erano stati incontri a Roma, all’ ambasciata sovietica, con me, che ero l’ esperto in pubbliche relazioni, e alcuni dirigenti tecnici dello stabilimento di Torino.

 

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Una colazione -a cui fummo invitati  all’Ambasciata  alla fine di una mattinata passata a discutere  di  complicate procedure tecniche sulle avanzatissime catene di montaggio per la fabbricazione in serie dell’abbigliamento in Italia- fu preceduta da diversi brindisi con cui ciascuno degli ospiti sovietici, alzandosi in piedi con un piccolo bicchiere di cristallo pieno di vodka, si rivolgeva a me in russo, indirizzandomi espressioni di cortesia, prontamente tradotte dal terzo segretario di ambasciata seduto alla mia sinistra. Bevevano tutto d’un fiato. Dopo il primo brindisi, gli occhi si puntarono su di me, capii che toccava a me, solo a me, rispondere… Al termine di questa fase preliminare della colazione, prima di avere messo in bocca un solo boccone, ero irrimediabilmente “sbronzo”. Ma l’ambasciatore, che era seduto di fronte a me, mi guardò sorridendo e mi disse in un italiano perfetto (l’accento russo aggiungeva un pizzico di esotismo a quel momento surreale), servendosi un bicchiere di vodka e bevendolo velocemente, che se un ospite non si tratteneva nel bere voleva dire  si fidava… In un attimo, la colazione, fino a quel momento formale, si trasformò in una scioltissima riunione, in cui le conversazioni si intrecciavano senza ordine, ed io riuscii  a superare abbastanza rapidamente il mio imbarazzo, grazie alla cortesia di un ambasciatore il cui ricordo  è, da allora, associato a un  sentimento di profonda simpatia per la Russia, e più in generale per l’animo slavo. Poi organizzammo anche una sfilata dei modelli di alta moda di un’ azienda sovietica, la “Casa di Moda di Riga”, e unitamente ai modelli della linea delle confezioni italiana della “Cori” di Torino. La manifestazione si tenne al Teatro Manzoni di Milano con grandissima affluenza di pubblico alla presenza dell’Ambasciatore Sovietico, giunto da Roma per l’occasione.

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Ma, dopo l’invasione della Cecoslovacchia,  da parte nostra i rapporti si erano  raffreddati e mi sembrò di avvertire qualche esitazione anche da parte del personale dell’ ambasciata sovietica. Comunque, una delegazione sovietica avrebbe volentieri visitato lo stabilimento più importante della società, a poca distanza da Torino, e me lo fecero sapere. La mia sensazione  era che quella rinnovata proposta  di contatto, fosse  riconducibile a una possibile operazione  da diplomazia “del sorriso”, forse indirizzata a  tutte le aziende italiane che avevano trattative aperte con Mosca. Dopo un’invasione militare della Cecoslovacchia, con l’opinione pubblica italiane ed europea diventata decisamente ostile,  la diplomazia dell’URSS tentava di presentarsi come potenziale promotrice di iniziative economiche di reciproco interesse, e di lanciare il segnale che la situazione a Praga non sarebbe degenerata come era accaduto per l’Ungheria. Ma alla fine lasciammo cadere la trattativa.

Dopo  l’invasione,  le speranze di un cambiamento dell’ URSS, che avevano cominciato a serpeggiare nell’opinione pubblica occidentale dai tempi di Kruscev, stavano rientrando ormai  velocemente. Il Pci appariva esitante, con segni evidenti di contrasti all’interno del suo gruppo dirigente, nel giudizio da dare sull’invasione. Qualche crepa cominciava ad apparire rispetto alla tradizionale  consonanza tra il  Pci e la politica estera sovietica. La storia da allora avrebbe cominciato a lavorare più in fretta. Ma il cambiamento che si stava profilando non sarebbe stato nè facile, nè pacifico. Poco meno di un anno dopo, si sarebbe verificato l’episodio che avrebbe segnato il confine tra due  epoche, tra due  modelli di Italia. Mancava ormai poco al giorno che ci avrebbe cambiati tutti, anche quelli che non si sarebbero accorti di cambiare,  anche quelli non ancora nati e che non sarebbero poi stati come avrebbero potuto essere, se non fosse scoppiata la bomba di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969.

 

 

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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