VITE PARALLELE. «Il ritorno alle Br di Mario Moretti, il duro che ci accusava di non essere dei veri rivoluzionari»

Alberto Franceschini

Cofondatore, con Renato Curcio, delle Brigate Rosse, dalle quali si è dissociato all'inizio degli anni Ottanta. Ha scontato interamente la sua pena. Non ha mai commesso reati di sangue.

«Quando ristabilì un contatto con noi, dopo un anno di silenzio,  ci colpì per i suoi discorsi. Voleva che non ci limitassimo a incendiare delle auto, ma che iniziassimo a sequestarre delle persone» «I primi contatti con Toni Negri, leader di Potere Operaio e redattore di Controinformazione, la “voce” ufficiosa delle Br»

 

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(Continua dalla diciassettesima puntata…)

Ai primi di febbraio del 1971, sul parabrezza dell’auto (una Ferrari rossa) di un dirigente della Sit-Siemens, venne trovato un foglio di carta con il disegno della stella a cinque punte e la scritta “Brigate Rosse, questa macchinetta durerà finchè lo vogliamo noi”. Un episodio di per sé insignificante, di cui noi non ci saremmo neppure accorti, se i giornali non l’avessero amplificato. Comunque, quando leggemmo la notizia, pensammo subito che qualcuno, in Siemens, aveva lasciato quel foglietto perché voleva in qualche modo attirare la nostra attenzione. Dicemmo quindi ai nostri compagni di tenere occhi e orecchie ben aperti, per cogliere il minimo segnale di un interesse nei nostri confronti. In quegli anni, nelle grandi fabbriche, i cessi erano i punti di incontro e di comunicazione tra gli operai che non volevano passare attraverso i canali tradizionali del sindacato o del partito. Così chiedemmo ai compagni di copiare tutti i giorni le frasi scritte sui muri o sulle porte. Per un po’ di tempo non accadde nulla. Poi, un giorno, un nostro simpatizzante ci disse che conosceva i nomi di chi aveva lasciato il foglietto sull’auto del dirigente: Mario Moretti, Corrado Alunni, Pierluigi Zuffada. Aggiunse che Moretti voleva assolutamente incontrarci. Fu una sorpresa, anche piacevole. Un ritorno, perché come abbiamo visto, lui se ne era andato dal Cpm prima della rottura con Simioni, accusandoci di non essere dei veri rivoluzionari.

 

(Alberto Franceschini)

(Alberto Franceschini)

Decidemmo di incontrarlo. Andai io all’appuntamento, su una panchina dei giardini pubblici di Milano, vicino allo zoo (allora c’era ancora lo zoo). Mi disse che era favorevolmente impressionato dalle nostre prime azioni e voleva venire con noi. Ovviamente gli chiesi subito se aveva saputo della nostra rottura con Simioni. Ne era al corrente. Poi mi feci raccontare che cosa aveva fatto dal giorno in cui se ne era andato dal Cpm. Disse che aveva avuto contatti con un gruppo di esuli sudamericani con cui aveva organizzato delle rapine, poi però il gruppo si era sfasciato e lui era tornato in fabbrica per capire che fare.

Non volle dirmi chi erano quei sudamericani ed io, per dirla tutta, ho sempre sospettato che non esistessero, che fossero semplicemente un alibi per riempire un anno di vuoto apparente.

Anche a causa di questi dubbi, non lo accogliemmo subito: gli dicemmo di continuare a lavorare in fabbrica e di tenersi in contatto con i nostri compagni.

Nei suoi discorsi c’era qualcosa che mi colpiva. Ci chiedeva continuamente: ”Che cosa avete intenzione di fare, di bruciare auto per tutta la vita?” Proponeva di organizzare sequestri di persona: solo così, diceva, ci saremmo messi sullo stesso piano della guerriglia vera, quella dei Tupamaros. Prima di farlo entrare in quella che allora chiamavamo “Organizzazione”, decidemmo di metterlo alla prova. Nell’estate 1971 progettammo una rapina in una banca di Pergine, nel Trentino. E il compito di realizzarla lo affidammo a lui e a Pierino Morlacchi (un compagno di cui parlerò dopo). Non è che sospettavamo di tutti, ma ci sembrava buona regola mettere alla prova chiunque chiedesse di entrare nell’organizzazione. Allora, infatti, eravamo convinti che se la polizia o i carabinieri avessero voluto infiltrarci con un loro uomo, non gli avrebbero mai consentito di compiere un reato grave come una rapina in banca. Non volevamo pensare che la polizia o i carabinieri potessero lasciarci compiere dei crimini. Paradossalmente eravamo più legalitari noi del Potere!

Così mettemmo alla prova, insieme a Moretti, Morlacchi, un altro compagno che aveva chiesto di entrare nelle Brigate Rosse in quello stesso periodo.

E la rapina andò liscia come l’olio. Quindi: entrambi promossi!

Pierino Morlacchi veniva dal quartiere Lorenteggio di Milano. La sua era una storica famiglia comunista, erano diversi fratelli, e uno di loro lavorava come tipografo

(Pierino Morlacchi)

(Pierino Morlacchi)

La sua era una storica famiglia comunista, erano diversi fratelli, e uno di loro lavorava come tipografo all’”Unità”. Avevano abbandonato il Pci dopo i morti di Reggio Emilia, per fondare il gruppo ”7 luglio”, una delle prime formazioni marxiste-leniniste italiane. Tant’è che erano stati invitati, lui e i fratelli, a Pechino, dove era stato addirittura ricevuto da Chou En-lai in persona, il primo ministro dell’epoca. E il “Quotidiano del popolo”, l’organo del Partito comunista cinese, pubblicò in prima pagina la sua fotografia, con i fratelli e Chou En-lai. Come prima credenziale, Pierino ci mostrò quella pagina di giornale, che conservava gelosamente.

Ma la sua vita era stata alquanto complicata. A metà degli anni ’60, per sperimentare il “socialismo reale”, era andato a vivere nella Repubblica Democratica Tedesca, dove aveva fatto il tipografo. Ma dopo due anni di “prova”, capì che non era quello il socialismo che gli interessava. Allora se ne andò in Svezia per sperimentare il “socialismo democratico”. Lì conobbe quella che poi sarebbe diventata la sua compagna di vita. Era figlia di un funzionario della SED, il partito comunista della Rdt, ed era anche lei fuggita dalla Germania est. Ma anche la Svezia gli stava stretta, per cui decise di tornare a Milano, dove intanto stavano crescendo le lotte. Qui ci cercò e ci trovò.

Per un anno circa fece l’esperienza della clandestinità, ma ben presto capì che non era la vita per lui. Entrò in una crisi personale profonda, per cui decidemmo di farlo espatriare in Svizzera, dove Toni Negri aveva organizzato una rete di soccorso per i compagni bisognosi.

 

(Toni Negri)

(Toni Negri)

Infatti, con Potere operaio avevamo da tempo ottimi rapporti politici e di mutuo soccorso. Toni Negri ne era un leader ed era anche nella redazione di “Controinformazione”, la rivista che in un certo senso era la voce della Brigate Rosse. Gli chiedemmo di aiutare Morlacchi, e lui lo aiutò.

Ma la storia di Pierino non finì lì. Dopo un po’ decise di tornare in Germania Est, con la compagna. Però alla frontiera invece di farli entrare, come loro speravano, furono ricacciati indietro. Dovettero tornare in Svizzera dove, dopo un po’ di tempo, furono entrambi arrestati.

Un altro personaggio che chiese di entrare ed entrò nelle Brigate Rosse in quel periodo (estate 1971) fu Francesco Marra, un’avanguardia delle lotte per la casa, iscritto al PCI del quartiere Quarto Oggiaro.

Ma di lui converrà parlare più avanti, quando affronteremo il sequestro del magistrato genovese Mario Sossi. In seguito, infatti, Marra si sarebbe rivelato un personaggio piuttosto ambiguo…

(La rivista Controinformazione, "voce" ufficiosa delle Br)

(La rivista Controinformazione, “voce” ufficiosa delle Br)

 

(Continua…)

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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