LA VALENZA GEOPOLITICA DEL COMPLOTTO

La polemica tra “complottisti” e “anticomplottisti”, che da decenni condiziona negativamente  la ricerca  storico-giornalistica sugli “anni di piombo”, è una disputa sempre più astratta. Perchè continua ad autoalimentarsi meccanicamente e in modo surreale all’interno di un mondo chiuso e autoreferenziale. Fra protagonisti ciechi e sordi, prigionieri delle proprie credenze, del tutto ignari della ricchezza delle fonti che si stanno aprendo in Italia e all’estero, e dell’immensa documentazione che ne scaturisce. Il danno provocato è una sorta di corto circuito della verità che ha prodotto a sua volta una vera e propria patologia della memoria. E’ una delle tante anomalie taliane. Una delle più difficili da debellare. Perchè? Le cause sono diverse. Ignoranza dei fatti e incapacità di una loro contestualizzazione, per citare le più “innocenti”. Ma c’è di peggio: l’interesse politico-ideologico dei partiti, la ragion di Stato e persino la difesa omertosa di aree di complicità non ancora emerse.

I complotti sono sempre esistiti. E’ una storia vecchia quanto il mondo. Se ne trovano tracce addirittura nella Bibbia. Il serpente che offre la mela agli ignari Adamo ed Eva, provocandone la cacciata dall’Eden. Caino che attrae Abele in un luogo dove può ucciderlo senza essere visto. A pensarci bene, è proprio da quell’episodio che emerge anche il primo, goffo tentativo di depistaggio. Quando Dio chiede a Caino dov’è Abele, e l’assassino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?». Ironia a parte e uscendo dalla metafora biblica, questa perversa e asfissiante dinamica complottismo-anticomplottismo va spezzata. Come? Ecco, cominciando da qui: documentando i complotti, non limitandosi ad evocarli. Dubito che complottisti e anticomplottisi per partito preso si arrenderebbero di fronte alle evidenze. Ma almeno verrebbero lasciati al loro destino di combattenti che si affrontano come pugili suonati su un ring senza  pubblico.

Intanto è utile leggere questa riflessione molto interessante del professor Germano Dottori, docente di Studi Srategici alla Luiss “Guido Carli” di Roma. La offriamo ai nostri lettori per gentile concessione della rivista di geopolitica Limes, di cui Dottori è consulente scientifico.

Fasaleaks

 

 

(Germano Dottori)

 

LA VALENZA GEOPOLICA DEL COMPLOTTO.

Molte decisioni politiche si prestano a una lettura cospiratoria. Ma l’accusa di cedere al complottismo viene utilizzata come strumento per invalidare l’analisi. Comprendere gli interessi delle parti aiuta a distinguere le fantasie dalle ipotesi concrete. Istruzioni per l’uso.

di

Germano Dottori

Il complotto è da sempre una tecnica fondamentale dell’azione politica. Per ottenere un risultato favorevole in un am­biente competitivo nel quale operino dei rivali aventi interessi opposti a quel­li perseguiti occorrono infatti alleanze, segretezza e stratagemmi. Il concorrente va ingannato, confuso, isolato e destabilizzato, in modo tale da pregiudicarne le possibili contromosse e indurlo a cedere. È la logica non lineare della decisione in campo conflittuale a rendere necessaria la cospirazione, perché il corso d’azio­ne più semplice è anche quello più immediatamente intelligibile da tutti, inclusi gli avversari che si vogliono sconfiggere. Capita allora il paradosso sul quale pog­gia tutto l’edificio della strategia: non è la retta il percorso migliore tra un attore politico e la soddisfazione del suo interesse, ma una fra le possibili traiettorie alternative più accidentali e meno prevedibili.

Non sono in questione il carattere moralmente positivo o negativo di un traguardo o di una linea operativa. Quello che conta è la modalità attraverso la quale i soggetti politici cercano di raggiungere i loro obiettivi laddove questi competano con quelli di altri attori. Solo una parte della lotta politica si svolge alla luce del giorno anche nelle democrazie più avanzate, come quella americana e la nostra.

Dobbiamo probabilmente a Niccolò Machiavelli la valutazione più corretta del peso relativo dispiegato sui processi politici dalle astuzie cospiratorie e dai vari fattori materiali concorrenti:  nel Principe, testo che paradossalmente proprio gli italiani conoscono meno, probabilmente perché concentrati sullo stile della sua prosa, il segretario fiorentino è al riguardo chiarissimo. Valentino Borgia, che pure incarna l’ideale dell’abile cospiratore ambizioso, fantasioso e privo di scrupoli, alla fine viene sconfitto e manca l’obiettivo di dare solidità al suo Stato perché neanche la sua capacità di manovra può ovviare alla precarietà della propria posizione geopolitica, legata alla sopravvivenza momentanea di un papa consanguineo e condizionata dall’insufficienza delle forze.

Machiavelli lo spiega ancora più efficacemente quando descrive le cause della nostra crisi di un fine Quattrocento nel suo Dell’arte della guerra, criticando i limiti di una classe dirigente impegnata a ottenere vantaggi marginali nell’incessante competizione tra i principati italiani attraverso la furbizia diplomatica o il sapiente utilizzo politico delle costosissime truppe mercenarie, mentre incombeva sulla nostra penisola la minaccia degli eserciti delle nuove grandi potenze europee, che l’avrebbero dominata per più di tre secoli. (1)

E’ da qui, dunque, che si deve partire per valutare il ruolo svolto dalla cospirazione nella vicenda politica a fronte delle altre determinanti del successo o del fallimento. Il complotto non può spiegare sempre e comunque l’esito di un confronto, come giustamente viene rimproverato a coloro che ne fanno la chiave di lettura esclusiva delle dinamiche politiche, ma ipotizzarne l’esistenza e decifrarlo aiuta a comprendere le intenzioni delle parti coinvolte nella lotta e ricostruirne l’apporto a un dato risultato.

2.I politici più ambiziosi hanno piani e le grandi potenze delle strategie, la cui definizione è spesso rimessa a organismi, come il National Security Council americano, che tendono ad abbracciare tutte le articolazioni della Statecraft, ovvero l’azione di governo nella sua accezione più alta e più ampia. Tra le aspirazioni dei singoli e l’organizzazione delle politiche perseguite dagli Stati sul piano interno e nell’arena internazionale sono possibili contatti. Solitamente, è l’ascesa di un leader a posizioni apicali di responsabilità negli Stati più potenti a determinare il collegamento.

L’azione dello Stato viene allora piegata prima all’esigenza di consolidare il consenso di colui che ne ha conquistato la direzione e poi asservita al perseguimento dei suoi obiettivi di potenza esterni. In questo senso, è particolarmente emblematico il percorso tracciato dall’attuale presidente turco, Recep Tayyip Erdoãan, che è sospettato di aver usato nel 2015 contro i propri avversari interni dell’Hdp curdo persino i jihadisti dello Stato islamico, dopo averne sostenuto le ambizioni siriane per poter rovesciare il regime di Baššår al Asad e allargare la sfera d’influenza di Ankara in Medio Oriente, prima di rovesciare pragmaticamente la propria politica dopo la presa d’atto della vittoria riportata sul terreno da russi e iraniani. (2)

La cospirazione può avere molte declinazioni: con riferimenti agli stessi epi­sodi appena accennati, un maestro delle strategie asimmetriche come Jacques Baud è giunto a sostenere che americani e francesi avrebbero favorito il formarsi dello Stato Islamico nella speranza che al-Asad lo reprimesse con una durezza tale da provocare l’attivazione contro se stesso della responsibility to protect e l’interna­zionalizzazione della guerra civile siriana. A una funzione analoga sarebbe servito anche il bombardamento chimico di Ôûta, attribuito all’esercito regolare siriano e invece quasi certamente opera di ribelli opportunamente riforniti, che avrebbero utilizzato armi proibite confenzionate con proiettili di fortuna. (3)

Un classico della letteratura basata sul complotto, in effetti, sono gli attacchi sotto false flag, cioè compiuti con una bandiera che non è la propria, solo per delegittimare un nemico e attirargli la più vasta riprovazione. Per alcuni si tratta di fantasie, ma sono ormai tanti coloro che ritengono altrettante messinscene anche il bombardamento del mercato di Sarajevo e la cosiddetta strage di Raçak, che tanta parte ebbero nel precipitare l’intervento della Nato rispettivamente in Bosnia-Erzegovina e nel Kosovo.

3.In Italia si fatica notevolmente ad applicare questi concetti alle dimensioni dell’alta politica internazionale, perché la lunga vacanza del nostro paese dalla storia ha portato i più a identificare la politica esclusivamente con la direzione dell’amministrazione e della funzione legislativa. Le cospirazioni, conseguentemente, da noi circoscrivono il loro campo d’impiego all’individuazione dei progetti dei nostri leader politici emergenti, che tuttavia la frammentazione del potere rende impossibile realizzare nella loro interezza, cosicché le previsioni concernenti i risultati della lotta divemntano attendibili come quelle del tempo, soggette a troppe variabili per essere affidabili al 100%.

Ci sono state tuttavia fasi storiche in cui una capacità di lettura delle cospirazioni è comunque affiorata anche da noi, principalmente a causa dei forti legami che caratterizzarono durante la guerra fredda le relazioni tra le maggiori forze politiche interne e le due superpotenze che si contendevano il dominio del mondo. Oggi esiste un consenso piuttosto largo, ancorchè mai cristallizzatosi in una verità giudiziaria, sul fatto che il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, così come l’attentato di Sofia a Enrico Berlinguer, fossero riconducibili alla necessità, avvertita da entrambe le superpotenze dell’epoca, di non alterare gli equilibri di Jalta. Per gli americani, il progetto coltivato dal presidente della Dc di cooptare al potere il Partito comunista comportava il rischio di un cambio di campo del nostro paese. Mentre per i sovietici, una simile eventualità accresceva il pericolo di una sedizione dei partiti satelliti, minando la solidità del Patto di Varsavia. (4) Ma si trattava di verità indicibili, in quanto suscettibili di riverberarsi sul consenso delle masse alle scelte di posizionamento internazionale del paese, esattamente come quelle che concernevano la lotta senza esclusione di colpi condotta sul nostro territorio da israeliani e palestinesi. (5) Era più comodo e rassicurante pensare che tutto ciò che accadeva fosse solo il frutto di coincidenze o dei deliri di gruppi circoscritti di fanatici.

Secondo altri, che hanno abbracciato tesi ancora più controverse, il terrorismo che sconvolgeva l’Italia negli anni di piombo avrebbe tratto linfa anche da Stati europei nostri alleati, come la Francia, che sarebbe stata interessata a indebolire il nostro paese per arginarne il recupero dopo la sconfitta patita nella seconda guer­ra mondiale. Forse una tesi non del tutto campata in aria, se si pensa che in fondo noi non eravamo stati da meno, avendo appoggiato l’Fln che cercava di affrancare con la lotta armata l’Algeria dalla soggezione a Parigi.

Si sono parallelamente affermate negli ultimi anni anche interpretazioni revi­sionistiche degli esiti del nostro Risorgimento: si pensi, ad esempio, a quanto ha

(l’auto blindata su cui viaggiava Enrico Berlinguer, investita da un camion militare a Sofia, nell’ottobre 1973)

scritto Eugenio Di Rienzo, che in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita del Regno d’Italia attribuì anche alle inclinazioni filorusse dei Borboni di Napoli, schieratisi con lo zar durante la guerra di Crimea, il decisivo appoggio britannico a Giuseppe Garibaldi durante la spedizione dei Mille, alludendo velata­mente alla possibilità che potesse aver avuto una matrice simile anche il rovescia­mento, maturato proprio nel 2011, del governo di Silvio Berlusconi. Peraltro, lo stesso Di Rienzo ha comunque posto alla base delle scelte fatte da Londra nel 1860 soprattutto l’interesse inglese a evitare che il nostro paese diventasse uno Stato vassallo di Napoleone III. (6)

4.Il complotto ha quindi una valenza politica molto spiccata, sia quando lo si concepisce che quando se ne afferma l’esistenza, ad esempio per spiegare una sconfitta. Proprio le vicende occorse all’Italia nel 2011 sono state al centro di aspre controversie, che potranno verosimilmente essere risolte soltanto quando divente­ranno accessibili tutti i documenti diplomatici prodotti negli ultimi anni.

Se la forzatura della nostra costituzione operata dal presidente della Repubbli­ca del tempo è ormai generalmente ammessa, anche per effetto della pubblicazio­ne di libri che hanno avuto un certo successo editoriale, come Ammazziamo il Gattopardo di Alan Friedman, in cui sono stati documentati gli sforzi profusi dal capo dello Stato del tempo per creare un governo di ricambio quando quello in carica godeva della piena fiducia delle Camere (7), ancora molte ombre circondano il contesto internazionale in cui l’operazione di sostituzione ai vertici di Palazzo Chigi venne portata a termine.

Chi crede alla teoria della cospirazione ipotizza apertamente che la guerra combattuta in quell’anno per abbattere il regime libico del colonnello Gheddafi avesse come suo vero scopo l’eliminazione di un’anomalia intervenuta nella politica estera del nostro paese, che aveva firmato con Tripoli e ratificato con una larga maggioranza parlamentare un patto di non aggressione ritenuto incompatibile con gli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Alleanza Atlantica.(8) Alcuni però si spingono anche oltre, alimentando il sospetto che l’autentico obiettivo del conflitto fosse proprio quello di indebolire l’Italia, indurre un cambiamento ai suoi vertici e, contestualmente, minare la coesione dell’Unione Europea. Sarebbe stata l’abilità del governo italiano, pronto a chiedere insieme alla Turchia il trasferimento all’Alleanza Atlantica della direzione politico-militare delle operazioni, a evitare nell’immediato guai peggiori a Silvio Berlusconi, mantenendo comunque Roma dentro la partita. A quel punto, tuttavia, avrebbe preso corpo l’attacco condotto sul terreno finanziario, avviato nel giugno del 2011 dalla decisione della Deutsche Bank di cedere i titoli del debito pubblico italiano in suo possesso, che avrebbe determinato una crisi sempre più acuta del merito di credito della nostra Repubblica. Si parlò allora di un’offensiva della Germania contro l’Italia, ma in verità a quell’epoca il grande istituto di credito era ormai una public company nella quale gli azionisti tedeschi non erano più in grado di dettar legge. Il suo primo shareholder era invece la BlackRock americana, un potente fondo d’investimento presente nel capitale sociale di due delle tre maggiori agenzie di rating del mondo e alla cui testa si trovava Larry Fink, un democratico statunitense molto vicino alla famiglia Clinton. Per quanto sia noto che la politica di avvicinamento a Mosca condotta dal nostro governo dell’epoca fosse molto invisa Oltreoceano, è piuttosto probabile che il tentativo di condizionare il destino politico del nostro paese vada ricondotto a un disegno più complesso, che aveva a oggetto le prospettive a lungo termine dell’euro e quelle a breve della politica monetaria europea. L’ex premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero lo avrebbe ben chiarito nelle pagine del suo El dile-ma dedicate al summit del G20 di Cannes, raccontando delle fortissime pressioni esercitate da Barack Obama in quella occasione affinché almeno un grande Stato dell’Eurozona venisse sottoposto alla tutela del Fondo monetario internazionale. L’Italia resistette, ma la reputazione della divisa unica subì un colpo dal quale non si sarebbe più ripresa. (9)

5.La teoria del complotto ha dei meriti che i suoi detrattori tendono a negare per difetto di realismo. Il più grande è quello di fornire un’interpretazione degli eventi alternativa alla narrazione dominante, che spesso trascura l’apporto dei singoli e delle loro scelte alle grandi svolte storiche, oppure la piega ad altre esigenze, come la creazione e il mantenimento del consenso. Con riferimento agli episodi di cui si è dato conto, e al modo in cui una letteratura cospiratoria li ha interpetati, i totem infranti sono numerosi, a partire dal dubbio insinuato sulla vera natura della politica statunitense nei confronti dell’Europa in questo tormentato dopoguerra fredda, non sempre benigna.

Proprio l’attitudine a esplorare i cambi di paradigma rende interessante questa particolare declinazione borderline del pensiero politologico. In un’epoca come la nostra, nella quale la solidità e la valenza delle alleanze sono continuamente soggette a revisione, pensare l’impensabile diventa infatti un elemento potenzialmente cruciale dell’analisi politica. Strutture formali e rapporti di fatto delle relazioni internazionali divergono sempre più frequentemente, come provano anche i contenuti dei cablogrammi carpiti e resi di pubblico dominio da WikiLeaks. Sta inoltre aumentando il ricorso a strumenti di azione e influenza opachi e sempre «negabili» per poter perseguire gli interessi nazionali in una condizione di assoluta impunità.

Anche nell’analisi geopolitica risulta davvero impossibile prescindere dallo studio delle cospirazioni possibili e probabili. Se la ricognizione dello stato delle cose si limitasse alla rassegna delle relazioni stabilitesi tra gli Stati tramite gli strumenti del diritto internazionale, ben poco capiremmo di quanto accade. Va quindi respinto l’uso aggressivo che talvolta viene fatto del concetto di complotto per delegittimare una lettura degli eventi che non collima con gli interessi politici che si desidera tutelare. E’ una pratica intellettualmente disonesta e paradossalmente rivelatrice della debolezza del messaggio che si intenderebbe invece proteggere.

E’ altrettanto evidente che non si può ricorrere al complotto per sfuggire alle proprie responsabilità. Affermare che si è sdtati allontanati dal potere da una vasta coalizione di interessi interni ed esterni al nostro paese, come pure si è fatto forse non senza fondamento, non può esimere chi ne è rimasto vittima da una seria autocritica del proprio operato e delle scelte che hanno provocato l’aggregarsi di cartelli ostili tanto potenti. Non offre quindi alcun alibi.

6.Le teorie cospiratorie vanno utilizzate sempre con parsimonia e valutate con intelligenza e senza preconcetti, tenendo presenti tutte le variabili in gioco e la credibilità delle ipotesi che vengono fatte relativamente ai comportamenti degli attori che sono studiati. Chiamare sistematicamente in causa le iniziative trasversali ordite da organizzazioni più o meno strutturate, dalla massoneria al cosiddetto Club Bilderberg, tutte le volte che non si riesce ad afferrare cosa succeda è certamente una scorciatoia suggestiva, ma anche una tentazione da respingere. Non perché si tratti di fenomeni ininfluenti, tutt’altro, ma perché è difficile sfuggire alla sensazione che anche le élite più spregiudicate abbiano bisogno della forza di uno Stato per realizzare i propri progetti: possibilmente di quello di volta in volta più potente, che ne può meglio assecondare le ambizioni.

La politica non si fa mai eterodirigere del tutto, anche se poteri formali e raggruppamenti di interessi possono stabilire delle importanti sinergie, soprattutto in un’epoca come quella attuale nella quale la ricchezza è straordinariamente concentrata, cosicché diventa difficile distinguere l’agenda di personalità come George Soros da quelle dei suoi alleati investiti di responsabilità istituzionali.

Per orientarsi occorre una bussola concettuale. La logica realista dell’interesse e della forza di chi lo persegue dovrebbe essere decisiva, così come l’attenta ponderazione degli indizi disponibili. Se si ha accesso alla capacità di acquisire informazioni attraverso canali riservati o impiegando strumenti come le agenzie di intelligence, il complotto può fornire orientamenti per l’indagine.

Gli obiettivi dichiarati e quelli effettivi dell’azione politica restano solo parzialmente allineati persino nella più trasparente delle democrazie, perché qualsiasi ambizione individuale e collettiva deve essere resa socialmente accettabile e capace di calamitare consensi. Imporre limiti all’analisi e alla ricognizione dei fatti accresce il rischio del fraintendimento della realtà.

Ma va evitato anche il pericolo opposto di rincorrere continuamente incubi e fantasmi, che alimentano le paranoie di un potere fragile e isolato. In ultima analisi, si deve accettare la prova dei fatti, che possono smentire o validare la tesi cospiratoria, permettendo di attribuire altri significati agli eventi.

(docente di Studi Srategici alla Luiss “Guido Carli” di Roma e membro del comitato scientifico della rivista di geopolitica Limes)

 

NOTE

1.In particolare, N. Machiavelli, Dell’arte della guerra, Libro VII, 1521, 16-26.

2.Cfr. M.F. Ottaviani, Il Reis, L’Aquila 2016, Textus Edizioni, pp. 284 e 303 dove si evidenzia il ruolo svolto al riparo di qualsiasi interferenza da parte della polizia turca dalla cellula Is di Adıyaman, guidata da Mustafa Dokumanci, nella recrudescenza degli attacchi ai curdi dopo le elezioni politiche turche del giugno 2015. Sono stati in particolare attribuiti a due esponenti di quel gruppo, i fratelli Alagöz, i due attentati di Suruç e Ankara, che tra il 20 luglio e il 10 ottobre 2015 hanno mietuto ben 134 vittime, inducendo l’Hdp a fermare la sua campagna elettorale.

3.J.Baud, Terrorisme. Mensonges politiques et stratégies fatales de l’Occident,_ Paris 2016, Editions du_Rocher.

4.La bibliografia di riferimento è ricca. Qui basterà tuttavia richiamare G. Fasanella, R. Priore, Intrigo inter-nazionale, Milano 2010, Chiarelettere; F. Imposimato, S. Provvisionato, Doveva morire, Milano 2011, Chiarelettere; G. Fasanella, C. Incerti, Berlinguer deve morire, Milano 2014, Sperling&Kupfer;_P.Cucchiarelli, Morte di un Presidente, Firenze 2016, Ponte alle Grazie

5.Con il governo italiano intento a coltivare tanto l’Olp quanto lo Stato ebraico. Durante la guerra del Kippur, l’Italia negherà agli Stati Uniti la possibilità di utilizzare le sue basi nelle operazioni di rifornimento a Israele, mentre l’intelligence di Roma trasmetteva informazioni sensibili alle controparti dello Stato ebraico. Seguirà poi poi il cosiddetto lodo Moro, alla cui rottura nel 1979 alcuni riconducono la matrice della strage di Bologna. Cfr. V. Cutonilli, R. Priore, I segreti di Bologna, Milano 2016, Chiarelettere.

6.E. Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee 1830-1861, Soveria Mannelli 2012, Rubettino. Secondo Di Rienzo, comunque, «l’unione» italiana (termine di proposito preferito a unità) sarebbe stata l’esi­to di un complesso e non trasparente intrigo internazionale, definito esplicitamente un dirty affair nel 1863 da un parlamentare britannico. Anche in ragione delle modalità della sua nascita, l’Italia soffrirebbe ancor oggi della medesima debolezza geopolitica che aveva condizionato lo Stato napoletano.

7.A. Friedman, Ammazziamo il Gattopardo, Milano 2014, Rizzoli.

8.Più volte, peraltro, la politica italiana verso la Libia si era smarcata da quella adottata dagli alleati atlantici. È noto che il nostro paese ha contribuito a sventare un colpo di Stato contro il regime gheddafiano che era stato ordito da ambienti vicini alla deposta casa reale e appoggiato dal Regno Unito. Lo strappo maggiore si verificò però nel 1986, quando una soffiata italiana avrebbe permesso al colonnello libico di sottrarsi ai bombardamenti americani. Gli Scud lanciati subito dopo dai libici contro Lampedusa sarebbero allora serviti a mascherare il debito contratto da Gheddafi nei nostri confronti, proteggendo il governo Craxi da ritorsioni che sarebbero state certamente significative.

9.J.L. Rodríguez Zapatero, El Dilema, 600 dias de vértigo, Barcelona 2013, Planeta, pp. 290 ss. L’ex premier spagnolo vi spiega anche come riuscì, attraverso la mediazione di Angela Merkel, a sottrarre il proprio paese all’agguato che si stava mettendo in essere, lasciando da sola l’Italia. Bologna. Rubettino.

 

 

 

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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