“IL PUZZLE MORO”, introduzione e sommario del libro di Fasaleaks, in uscita l’8 marzo

Cari lettori, ecco l’introduzione e il sommario del “Puzzle Moro”, la mia nuova inchiesta per Chiarelettere, che troverete nelle librerie dal prosssimo 8 marzo. Visto che ci sono, vi segnalo anche alcune frasi testuali tratte dai tantissimi documenti (in gran parte inediti) pubblicati nel volume: alcune, come vedrete, fanno venire davvero la pelle d’oca.

Fasaleaks

 

Questo libro

La mattina del 16 marzo 1978, Aldo Moro fu sequestrato da un commando delle Brigate rosse. Dopo aver sterminato la sua scorta in via Fani, a Roma, i terroristi lo prelevarono e lo portarono in una prigione del popolo. Lo sottoposero a un processo popolare che si concluse con una condanna a morte. E cinquantacinque giorni dopo il rapimento, nonostante le trattative per la sua liberazione fossero giunte a un passo dall’esito positivo, la mattina del 9 maggio lo assassinarono. Il suo cadavere fu lasciato nel bagagliaio di una Renault rossa abbandonata in via Caetani, in pieno centro storico. A un passo dalle sedi del Pci e della Dc. In una zona dove, dietro il paravento di società e associazioni di copertura, operavano i servizi segreti di mezzo mondo. Fu il delitto politico più grave della storia della Repubblica. Non solo per lo spessore della vittima: cambiò il corso della storia italiana proiettando i suoi effetti anche nei decenni successivi.

L’assassinio del leader democristiano costituì il picco di una lunga fase di violenza caratterizzata da opposte matrici politico-ideologiche. “Rossi” e “neri” fecero centinaia di morti e migliaia di feriti, senza tener conto degli immensi danni collaterali. Perchè accadde? Perchè in Italia? E perché Moro? Nonostante le innumerevoli indagini giudiziarie e parlamentari, e un’infinità di ricostruzioni storico-giornalistiche, queste domande hanno ricevuto soltanto risposte parziali e insoddisfacenti. L’ultima commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Giuseppe Fioroni (che ha concluso i suoi lavori nel dicembre del 2017 con l’approvazione della relazione finale con il voto unanime di Camera e Senato) ha accertato che ci fu una vera e propria operazione per stabilire i confini delle cose “dicibili al paese”. Una versione ufficiale, insomma, che tendeva a limitare le responsabilità alle sole Brigate rosse, le quali erano un fenomeno esclusivamente “italiano”, ideologicamente “genuino” e quindi privo di ogni contaminazione esterna. Una verità di comodo frutto di una “complessa trattativa” che coinvolse ex terroristi, magistrati, agenti segreti, istituzioni dello Stato. E molti, ovviamente, ne trassero dei benefici. Ci fu uno scambio: silenzio in cambio di impunità. Una completa verità, infatti, avrebbe mostrato all’opinione pubblica ciò che non doveva essere visto. E cioè che, dietro la facciata di un paese libero, si celavano vincoli esterni, imposti addirittura dai trattati internazionali post-bellici, che impedivano all’Italia di avere una propria politica estera e della sicurezza, e un regime interno pienamente democratico. Ciò che non si poteva dire, in altre parole, era che l’assassinio di Moro fu un vero e proprio atto di guerra contro l’Italia anche da parte di Stati amici e alleati, un attacco alla sovranità di una nazione e alle sue libertà politiche portato da interessi stranieri con la complicità di quinte colonne interne. I ricercatori si sono dovuti scontrare contro quel granitico muro di silenzio eretto a protezione delle aree grigie in cui si erano strette alleanze “sporche” fra il terrorismo, il “partito armato” dell’Autonomia operaia, criminalità mafiosa, apparati interni infedeli e, soprattutto, interessi internazionali. Un quadro troppo imbarazzante per poter essere svelato. E così, sono fiorite per reazione ricostruzioni“ dietrologiche” basate su risposte ipotetiche, in mancanza di verità documentabili. Si è radicata una mitologia del mistero che si è autoalimentata nel tempo, impedendo a sua volta la comprensione storica degli avvenimenti. Ci si è attardati su dettagli marginali, e spesso insignificanti perchè letti al di fuori del loro contesto, perdendo di vista il quadro generale.

Oggi, per fortuna, molte cose sono cambiate. Sono sempre più numerose le fonti aperte. E i materiali a disposizione consentono ai ricercatori di ricostruire la complessità del caso Moro. Di individuare tutti i soggetti che ebbero un ruolo, diretto o indiretto. Di delineare con altrettanta precisione le dinamiche che si svilupparono tra i vari attori: protagonisti, comprimari e comparse. Di ricomporre il quadro del “grande gioco” che si dispiegò prima, durante e dopo i “cinquantacinque giorni”. E di dare, quindi, una risposta – perchè una risposta c’è – a quelle domande fondamentali.

Ma per vederci più chiaramente è necessario cambiare approccio mentale e metodologico. Il caso Moro non è un cold case da protrarre all’infinito, in cui scoprire un assassino sempre più misterioso e inafferrabile. E non può neppure essere circoscritto ai cinquantacinque giorni.  E’ una vicenda che coincide con la parabola politica del suo protagonista e affonda le proprie radici nelle anomalie della storia italiana del dopoguerra. Una storia molto complessa di cui non si tiene quasi mai conto. E che sfugge innanzitutto ai brigatisti rossi, convinti di essere stati il motore esclusivo di avvenimenti che sono invece più grandi di loro. D’altra parte, di fronte all’immane tragedia provocata, alle tante vite bruciate (degli altri, ma anche le proprie) non è facile ammettere di essere stati, alla fine, soltanto degli utili idioti.

La mia scommessa è proprio questa: restituire alla vicenda Moro tutta la sua complessità. Provare a ricomporre l’intero puzzle inserendo al loro posto le tessere mancanti. E vorrei farlo interfacciando contesti interni e internazionali, intersecando fonti archivistiche (particolarmente ricchi e illuminanti sono i tanti documenti inediti trovati negli archivi di Stato britannici di Kew Gardens) con fonti storiografiche e giudiziarie, memorialistica, testimonianze e confidenze raccolte nel corso di un’indagine giornalistica iniziata sin dai tempi in cui, durante gli anni di piombo, ero cronista della redazione de “l’Unità” a Torino; e proseguita senza pausa durante la mia esperienza romana, di nuovo a “l’Unità”, poi a “Panorama” e infine attraverso tanti libri. Più di quattro decenni, a pensarci bene. Quanti ne sono trascorsi dall’assassinio di Moro all’uscita di questo libro con Chiarelettere. Un periodo lungo, durante il quale ho avuto occasione di frequentare archivi italiani e stranieri. E di conoscere molti dei protagonisti, a vario titolo, di quella tragica esperienza: vittime e carnefici, investigatori e agenti segreti, storici e uomini di Stato, da ognuno dei quali ho ricevuto un prezioso tassello da inserire nel puzzle.

Mi è capitato spesso di ricevere lettere da giovani lettori che mi chiedevano perchè ho coltivato una passione così forte da apparire quasi ossessiva, se non addirittura morbosa, per il caso Moro e per gli anni di piombo. In fondo è una storia vecchia di decenni, perchè mai dovrebbe ancora interessare? Che senso ha continuare ad agitare i fantasmi del passato? Non rischiamo di rimanerne prigionieri? Domande sensate. Con cui fare i conti. Ma come? L’unica risposta che sono in grado di dare è attraverso le parole di Giovanni Moro, il figlio di Aldo: «I fantasmi sono morti che non riposano in pace e che non lasciano in pace nemmeno i vivi, perchè continuano a manifestarsi chiedendo loro di onorare un debito o di liberarli dalla maledizione che consiste proprio nel dover tornare». Quel debito, personalmente, vorrei cercare di onorarlo mettendo tutte le mie conoscenze a disposizione del lettore.

Giovanni Fasanella

 

Frasi tratte da alcuni dei tanti documenti pubblicati nel libro:

 

“Dobbiamo scoraggiare le iniziative indipendenti

del governo italiano nel Mediterraneo e in Medio Oriente.”

Nota interna del Foreign Office, 1970

 

“Azione a sostegno di un colpo di Stato in Italia

o di una diversa azione sovversiva.”

Titolo di un documento top secret del governo britannico contro la politica di Aldo Moro, 1976

 

“Le ingerenze sono, sempre e comunque, di parte.

Tuttavia, nel caso dell’Italia, dobbiamo fare qualcosa

di concreto e non limitarci a discutere.”

Reginald Hibbert, sottosegretario del Foreign Office con delega alle questioni europee, 1976

 

“L’influenza di Moro e Berlinguer sulla politica estera italiana è forte

e potrebbe avere serie ripercussioni…

Il governo italiano va mantenuto sulla giusta via.”

Rapporto dell’ambasciatore britannico a Roma Alan Hugh Campbell, 1977

 

“La scomparsa di Moro ha prodotto un effetto salutare sulla scena politica italiana”

Francesco Malfatti di Montetretto, segretario generale della Farnesina all’epoca del sequestro Moro in una lettera top secret inviata all’ambasciatore britannico a Roma, Alan Campbell, l’11 maggio 1978, due giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Moro

 

Sommario del libro

 

PRIMA PARTE.

Il primo «compromesso storico»

tra De Gasperi e Togliatti

 

 

La frontiera e la sconfitta

 

La faglia di Porzûs

 

Il doppiofondo segreto della Repubblica

 

«Fuori l’Italia dal Mediterraneo!»

 

 

SECONDA PARTE

La «deterrenza» contro Moro

 

«Moro non è il leader di cui avrebbe bisogno l’Italia»

 

«La politica mediterranea di Moro potrebbe portare

a conseguenze molto serie»

 

L’Italia al centro della preoccupazione mondiale

e l’inizio dell’agonia morotea

 

Il ritorno di Junio Valerio Borghese

 

Il ritorno di Edgardo Sogno

 

 

TERZA PARTE

Il secondo «compromesso storico»

tra Moro e Berlinguer

 

Berlinguer, le Br e l’«inglese»

 

Berlinguer e i fuoriusciti di Praga

 

L’«incidente» di Sofia

 

QUARTA PARTE

Italia problema internazionale:

un «direttorio» per rimetterla in riga

 

«Una nuova risposta alla questione italiana. Ma quale?»

 

«Se non si interviene, avremo Moro mezzo addormentato,

un primo ministro con la schiena spezzata»

 

«Golpe o appoggio a una diversa azione sovversiva?»

 

«La diversa azione sovversiva»

 

 

QUINTA PARTE

Da Via Fani a Via Caetani

 

«Un danno enorme se l’esistenza dei nostri piani

diventasse di dominio pubblico»

 

«Moro è il leader di una potenza di terza classe.

Occorre mantenerlo sulla giusta via»

 

 

SESTA PARTE

«La scomparsa di Moro ha prodotto

un effetto salutare sulla scena politica italiana»

 

Via Fani, l’«azione sovversiva»

 

Il «cervello» parigino e la «succursale» di Londra

 

Tra fermezza e trattativa, il tragico epilogo di Via Caetani

 

Fonti archivistiche

 

Ringraziamenti

 

Giovanni Fasanella, giornalista. Ex notista politico dell’Unità, poi quirinalista e cronista parlamentare di Panorama. Ora, per fortuna mia e dei giornali per i quali ho lavorato (e per sfortuna dei lettori), scrivo solo libri e curo questo blog. Mi occupo del “non detto” della storia italiana. Non detto perché imbarazzante e perché imposto dalla ragion di Stato o dai vincoli dei trattati internazionali firmati dal nostro Paese dopo la Seconda guerra mondiale. È un lavoro impopolare, ma qualcuno deve pur farlo. Frequento archivi italiani e, con l’aiuto determinante di un eccellente ricercatore come Mario Josè Cereghino, mi sto appassionando sempre più agli archivi britannici.Detesto i dietrologi: incapaci di inquadrare i fatti nei loro contesti, attribuiscono tutto a disegni demoniaci. Detesto ancora di più gli anticomplottisti: pur di non risalire ai contesti, cancellano anche i fatti. Il mio approccio: i fatti non separati dai contesti. Storico-politici e geopolitici. Seguimi su Twitter @GioFasanella o su BBC History

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